musica: recensioni

drøne – Mappa Mundi (drøne, 2017)

Qualcuno sosteneva che caratteristica dell’uomo è quella di essere animale biografico che, nello specifico e nel contempo in generale, pratica il passaggio in questo mondo lasciando tracce (in poche parole non c’è molta differenza tra le pitture rupestri e un trattato di astronomia o un romanzo), secondo la grande “via lunga” dell’ermeneutica. Il duo composto… Read more »

drøne1_frontQualcuno sosteneva che caratteristica dell’uomo è quella di essere animale biografico che, nello specifico e nel contempo in generale, pratica il passaggio in questo mondo lasciando tracce (in poche parole non c’è molta differenza tra le pitture rupestri e un trattato di astronomia o un romanzo), secondo la grande “via lunga” dell’ermeneutica.

Il duo composto da Mark Van Hoen e Mike Harding, che ha trovato nel moniker drøne il loro modo per apparire in superficie, è al secondo disco Mappa Mundi che lavora di soundscapes, morphing di registrazioni che potrebbero trovare il loro corrispettivo visivo nelle opere di Reggio o di Ron Fricke, un immenso racconto di capitoli tra loro allacciati in una sorta di continuità, nel solco dei paesaggi sonori. La mastodontica traccia di più di 45 minuti raccoglie infatti diversi momenti di questa “cosmogonia” (1 Voice of the People; 2 Horizontal direction; 3 Telegraphy Beacon; 4 Echo of Hope; 5 Shannon Volmet).

I diversi racconti di questa grande storia hanno un suono ognuno differente. La lontananza della prima parte sono rumori di fondi, colpi che battono su una superficie metallica, in lontananza, e verrebbe voglia perfino di dare una luce, a quell’apertura, immersa nel buio di una cava. Le percussioni si strutturano sempre di più, lasciando entrare un ronzio sempre più penetrante che si trasforma in un interferenza che poi diventa il suono di reattori, che poi diventa field recording di rumore marittimo, che poi si trasforma in turmoil sinfonico, che si ritrasforma in coro nazionale, ecc. Una narrazione senza fine come quel mondo che è vita in tumulto continuo.

Molto difficile poter entrare nel dettaglio di quest’opus, parlarne come si parla di generi definiti, ma quello che si potrebbe dire, affidandoci al mondo dell’immagine, è una carrellata, un piano sequenza di due registi acustici che hanno deciso di ritrarre un mondo, il loro mondo, un mondo che si illumina e si rabbuia, che nasconde e palesa il senso della sua narrazione, del transito delle sue forme di vita, di una cronaca che funge da macchina del tempo, come quando si nascondono le scatole di latta con dentro qualche ricordo (una cartolina, una macchinina, un portachiavi, una lettera, una cassetta, ecc.) e poi dopo anni vengono ritrovate. Si sa che quella scatola comunica un senso, che rimarrà sempre nascosto, ma la testimonianza rimane ed è questa la più grossa contraddizione (una testimonianza, per essere tale, deve essere non vissuta da chi la ascolta/vede) e che qui viene forse superata. Il mondo che i drøne raccontano, è il loro mondo, che hanno generato e raccontato e ci appare in tutta la sua luminosa oscurità che ci permette di viverlo per un tempo relativamente breve.

Riccardo Gorone