Editoriali

Dai muscoli al trash, da Reagan a Donald Trump

La vittoria di Donald Trump apre nuovi scenari, non solo politici. Dopo la goliardia ipertrofica di Ronald Reagan, ci troviamo nel bel mezzo dell’esaltazione del trash?

Nessuno ha capito cosa stava succedendo. Nemmeno il New York Times che si è scusato a nome di tutti i media. Nemmeno gli analisti più attenti che davano Hillary Clinton avanti di 3 punti, già pronta a brindare, o i grandi opinionisti che avevano articoli già pronti nel cassetto da settimane e, invece, sono stati costretti a tornare al lavoro, ripartendo da zero.

Non è questa la sede per aumentare il volume del dibattito politico, semmai la domanda che sorge spontanea a chi si occupa di cinema e ha letto, negli anni, quello americano (mainstream o indipendente) anche attraverso le diverse istanze socioculturali promosse dai precedenti presidenti – in particolare Obama -, dovrebbe essere: cambierà qualcosa nelle immagini e nelle storie?

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La mente va, per forza di cose, all’ultimo presidente in grado di diventare sintomatologia visiva: Ronald Reagan. Gli anni ’80 al cinema si aprono e si chiudono con lui e, come ha sottolineato Franco La Polla nel suo bellissimo Sogno e realtà americana nel cinema di Hollywood (Editrice Il Castoro, 2004), riportano sugli schermi il cinema “scolastico” di venti anni prima ma aggiornandolo alla libertà euforica della nuova America. Riferendosi proprio al filone scolastico scrive che “questa volta sembra non avere bersaglio e svilupparsi su un terreno gioioso, divertente, giovanile, goliardico che è fine a se stesso” prima di attribuirne la rinascita proprio alla politica reaganiana nei confronti della scuola e della cultura.

Ma gli anni Reagan sono anche il regno dell’ipertrofia del corpo e dello sguardo; è in questa decade che vengono lanciati i grandi eroi action di Hollywood, da Stallone a Steven Segal, Chuck Norris, Arnold Schwarzenegger, Jean Claude Van Damme, Dolph Lundgren & co. e senza troppe sorprese molti di questi nomi li ritroviamo oggi a esultare per la vittoria di Donald Trump.

Assisteremo ad un revival degli 80’s? Assolutamente no. Perché, nel frattempo, quella esibizione sfrontata di muscoli, machismo e goliardia, ha lasciato spazio al genderless (nella moda), agli sfigati (nel cinema, da Apatow ai Coen passando per Noah Baumbach e Wes Anderson) e alle feste con il silent dj set. Rambo, Rocky, Chuck Norris (inteso come icona) sono stati rimpiazzati dagli Avengers e i muscoli pieni di steroidi, che all’epoca bucavano lo schermo cinematografico, oggi sono disegni ornamentali sulle armature di Iron Man, Thor, Superman.

Assieme a molte altre cose belle della nostra infanzia, l’immaginario degli anni ’80 è scivolato nel gorgo senza fondo dell’unico filone in grado di raccogliere, oggi, l’interesse dei millennials e dei nativi digitali: il trash. Ecco, lo spirito che ha permesso a Trump di vincere le elezioni è lo stesso mix di indifferenza nei confronti del mondo reale e cieca adorazione del nuovo fenomeno da baraccone della rete, che muove i fili della società contemporanea.

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Il trash si ciba delle pulsioni ataviche dell’uomo e si esprime attraverso flash, gif, Photoshop rispettando i tempi di attenzione mediamente bassi dell’utente contemporaneo. Quanto questo condizionerà (se non lo ha già fatto, vedi il successo di critica e pubblico per i prodotti della Asylum) l’universo cinema americano nel prossimo futuro  è impossibile prevederlo; serve che gli elementi che lo hanno portato alla luce si sedimentino e vengano recuperati dai cercatori di immaginari. Ma certo una speranza resta, un baluardo di opposizione a tale deriva: la realtà, che è sempre un passo avanti rispetto al trash (nessuna parodia di Trump fa paura quanto l’originale) e che sta vivendo una stagione cinematografica felicissima.

Ma più che a Michael Moore (Trumpland è già vecchio), per rinvenire i semi di quanto accaduto bisognerebbe guardare indietro, a Roberto Minervini, un italiano fuggito in America, che nel 2015 con Louisiana – The other side aveva ripreso una di quelle comunità “miserabili e indigenti, dimenticate da dio e dalle istituzioni” (Marzia Gandolfi su Mymovies) che pochi giorni fa hanno votato in massa per il loro candidato: Donald Trump (nello stato della Louisiana ha preso poco meno del 60%).

Non sappiamo cosa chiedere alla finzione se non che dia un occhio in più, da qui in poi, alla realtà.

Michele Galardini