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Dialoghi sull’uomo. Ferdinando Scianna: “La fotografia è antropologia perchè è racconto e memoria”

Ferdinando Scianna parla di se’, dell’evoluzione della fotografia e del fotografo, di quanto la fotografia sia “il ponte tra noi e il mondo”

Cappellino blu e sciarpa bianca, si aggira sotto i portici del Palazzo di Giano stringendo tra le mani una 35mm con cui ogni tanto scatta foto, guidato dal suo sguardo attento, indagatore, sempre curioso.
Torna a Dialoghi sull’uomo dopo quattro anni e lo fa con la saggezza, l’ironia e la scaltrezza che lo contraddistinguono e che lo hanno reso uno dei Maestri fotografi contemporanei.
Ferdinando Scianna, ex allievo di Cartier-Bresson, è protagonista nella seconda mattinata di Dialoghi e, in generale fino al 28 giugno, con la mostra “Abitanti”. Nella saletta delle Sale Affrescate di Palazzo Comunale, Scianna si racconta e racconta il mondo circostante, la nostra casa, i modi di abitare il mondo e la vita attraverso la fotografia.

Lei ha girato molto fin da giovane. Da Bagheria è passato a Milano poi a Parigi. Come e quanto l’hanno influenzata questi luoghi a livello fotografico e umano?

Da 50 anni vivo fuori dalla Sicilia. Ho vissuto a Milano e poi 10 anni a Parigi, però quei 23 anni che ho vissuto in Sicilia hanno determinato la mia maniera di essere. Posso riassumerlo in un piccolo aneddoto. Quando a vent’anni giravo per la Sicilia con grande passione di raccontare ciò che c’era attorno a me, non capivo che quello che stavo raccontando era la fine del mondo contadino. Per mille anni era stato uguale a se stesso e poi è scomparso come fumo di un incendio. Ad Ispica, per esempio, avevo fotografato le cosidette case-caverne, che esistono anche in Spagna, dove vivevano i pastori, qualcosa che aveva un aria addirittura pre archeologica. Era affascinante perchè avevi il medioevo e il pre storico contemporaneamente, poi la modernità che cominciava ad affacciarsi, l’arrivo della televisione in Sicilia negli anni ’50. A distanza di 20 anni, tornando a fotografare in Sicilia e andando negli stessi posti, mi è capitato di trovare nelle case-caverne la maestra con la scolaresca che diceva: “Sapete una volta qua abitavano delle persone”. Ma come una volta, io li avevo visti! Quindi da un punto di vista di fotografo, della mia storia umana e della storia stessa, ci siamo ritrovati ad essere gli archeologi di noi stessi. E’ molto difficile per me e per quelli della mia generazione raccontare alle generazioni di oggi di avere vissuto in un mondo dove non c’era il telefono, la televisione, dove cominciava ad esserci la radio e i juke box. Ovviamente questo si deposita nella tua coscienza dandoti un’idea diversa del passato, dell’analogico e del digitale.

Scianna

Scianna con Luisa Lenzi (foto Stefano Di Cecio)

Parlando della mostra con che criterio ha scelto le foto esposte?

E’ stata per me un’esperienza psicologica e pratica speciale, fatta con un certo patema perchè io non avevo mai fatto il curatore. Essendo membro della Magnum, ho scelto le foto all’interno dell’archivio dell’agenzia perchè comunque culturalmente ha qualcosa di comune con il mondo che ci circonda. E’ un mondo quello della Magnum in cui ancora si possono trovare immagini di prima che si pensasse che il mondo servisse a fare le foto, piuttosto che le foto a ritrarre il mondo. Le 40 foto esposte hanno uno spirito culturale comune ossia la fotografia come ponte tra noi e il mondo. Ho tentato di fare un percorso spazio temporale: si va dalla casa tana alle megalopoli contemporanee, si spazia dall’Africa, al Nord America, all’Australia.

Iniziò a fotografare le feste religiose siciliane, in una stretta unione di antropologia e religione. In quali luoghi questi due aspetti sono intrinsecamente collegati e co abitano meglio?

Ho iniziato proprio con le manifestazioni di carattere religioso che si fanno in Sicilia, quanto poi di religioso avessero è discutibile, però erano manifestazioni di uno spirito collettivo da sempre presente in Sicilia, perchè la storia lo ha frantumato in individui ciascuno dei quali vive in un’isola ed è a sua volta un’isola per i fatti suoi. Mi è anche capitato fotografando nelle sfilate di moda a Parigi o a New York, quanto ci fosse di similitudine in quelle sfilate e in quelle processioni, come se ci fosse una comune religiosità terribilmente materialista. Anche la moda in fondo e l’idea che sta dietro alla moda è una forma di religiosità contemporanea. Il rapporto tra fotografia e antropologia è quindi indistinguibile, la fotografia è antropologia per sua natura perchè è racconto e memoria.

Scianna

Scianna prima dell’intervista (foto di Luisa Lenzi)

Con l’avvento del digitale come è cambiato il modo di approcciare l’immagine e di scattare per un fotografo?

Il digitale è arrivato alle fotografia molto tempo dopo di quando è arrivato in una quantità di altre manifestazioni della nostra vita come la musica. E’ la vita che sta andando verso la sua digitalizzazione. Siamo arrivati alla vita virtuale attraverso internet dove uno ha i propri avatar o i propri amici sui social network, quando per me “amici”, e la parola amico che ritengo abbia un ruolo capitale, erano cinque ragazzi che abitavano nella mia via. Però questo fa parte di una quantità di esperienze del nostro tempo, come lo era per le case-caverne. Insomma ho vissuto tra due mondi “e non so più a quale appartengo”. E’ dura dopo 40-50 anni ritrovarsi a fare i conti con una tecnica nuova che tu hai difficoltà ad accettare all’inizio, anche se poi mi sono reso conto che non è male, qualitativamente il digitale riesce ad essere a livello di quello che facevo prima, se non meglio, quindi la uso. Mi adeguo. L’importante è non perdere di vista che, dietro alla virtualità, quello che conta è la realtà. Non dobbiamo perdere di vista l’album di famiglia per rapporto ai diecimila amici virtuali.

Si potrebbe quasi dire che Photoshop è la casa del fotografo di oggi e non più la camera oscura.

Dipende da come lo usi. Io uso Photoshop cercando di resistere alla tentazione e usando la camera oscura. Che poi anche la camera oscura implica in sé una trasformazione: io fotografo in bianco e nero e questo è già una modifica, un’astrazione, una metafora.

Ultima domanda, che cosa rende magnifico un fotografo?

La capacità di esprimere un sentimento collettivo attraverso una necessità e una originalità di una personale visione.

 

Luisa Lenzi