Editoriali

Dialoghi sull’uomo. Ferdinando Scianna e il gioco ritrovato

Intervista a Ferdinando Scianna in occasione dell’apertura della mostra “In gioco” all’interno di Pistoia – Dialoghi sull’uomo

Dopo aver curato la mostra sui fotografi dell’agenzia Magnum nel 2015, quest’anno Ferdinando Scianna si è concesso un tuffo nel suo archivio personale per riportare alla luce scatti che avessero come tema comune il gioco. Ed è stato proprio lui a tagliare il nastro della settima edizione di Dialoghi sull’Uomo, un’ora prima che il classico evento inaugurale plenario richiamasse centinaia di persone in piazza del Duomo. “Non si può fotografare il gioco, come non si può fotografare l’amore: solo si possono fotografare gli amanti. Quelli che sono in gioco, dunque” si legge nell’introduzione alla mostra che fino al 3 luglio resterà esposta nelle Sale Affrescate del Palazzo Comunale e che si intitola, appunto, “In gioco”. Dopo l’intervista dello scorso anno, ci troviamo davanti di nuovo gli occhi blu magnetici del signor Scianna e, visto che siamo i primi a intervistarlo, ci sembra lecito partire qualche passo più indietro rispetto al contesto del festival.

Foto di Simone Margelli

Foto di Simone Margelli

Cos’è il fotogiornalismo?

Il fotogiornalismo è una parola inventata negli Stati Uniti che serviva a distinguere le fotografie fatte per i giornali illustrati che si occupavano di cronaca. Oggi, anche se le foto provengono prevalentemente da internet,  si continua a raccontare il mondo attraverso un fotogiornalismo di racconto e uno “di fatto”. Nella maggior parte dei casi quando succede un fatto eclatante, oggi, non si annuncia, succede: è possibile che il primo ad aver fotografato il crollo dell’argine sul Lungarno Torrigiani sia stato un ragazzo che passava di lì, o ancora le fotografie dei soldati americani che torturavano i prigionieri ad Abu Grahib non le ha scattate un fotogiornalista ma gli stessi soldati. Ma fotogiornalismo è anche raccontare il discorso del Papa oppure l’apertura dell’Anno Giudiziario.

Alcuni giornalisti, anche con ruoli di rilievo nel mondo dell’editoria, pensano che ormai si possa raccontare meglio una storia da una scrivania con il computer collegato con tutte le fonti presenti su internet, invece che inviare qualcuno sul campo. Cosa ne pensa?

È di fatto una sciocchezza che trasforma tutto in spettacolo. Alla quarantesima volta che vediamo la notizia sui barconi rovesciati a largo delle coste siciliane ci sembra noioso, perché questo tipo di informazione, che passa dal tubo catodico, è uno spettacolo che utilizziamo intorno all’ora di cena per digerire. È un circo equestre, come lo definiva Fellini, perché è un tipo di spettacolo le cui parti non sono concatenate fra di loro: prima c’è il numero delle tigri e dopo quello degli acrobati e se arrivi dopo le tigri vedi comunque uno spettacolo. Però se parti per un servizio, per esempio fotografare i campi dei rifugiati, ti accorgi che quello che hai visto a casa è la buccia superficiale della verità dell’informazione. Il giornalista prima era un mediatore fisico che diceva “sono qui e sto vedendo questa cosa”, invece adesso puoi aver l’impressione di sapere tutto quando, in realtà, non sai niente. Il fotogiornalismo è insostituibile perché non puoi fotografare un problema ma solo la persona che lo incarna, al singolare. Noi, apparentemente, siamo un formicaio: visto ad altezza di formicaio siamo indistinguibili però tra di noi ci riconosciamo. L’idea che si possa informare sulla vita del formicaio senza andare a guardare la singola formica è non solo un’illusione ma anche una menzogna.

Foto di Simone Margelli

Foto di Simone Margelli

Come ha trovato il gioco all’interno dei suoi servizi?

Ti mandano, per esempio, a seguire l’alluvione nel Bangladesh del 1970 e questo implica un certo tipo di regole, di prassi. Se lavori per un settimanale devi tornare con sette fotografie tra quelle che hai fatto: una è sintetico-spettacolare e viene messa in apertura poi se hai intervistato qualcuno serve il ritratto di quella persona e via così. Sono come le frasi di un racconto. Però poi succede che c’è un bambino che non si rende conto di vivere un dramma e sta giocando davanti a te e l’immagine ti attira: il fotografo non fa le foto, le trova, non è uno scrittore ma un lettore. Ho preso come esempio il Bangladesh perché c’erano giornalisti e fotografi da tutto il mondo e ad un certo punto mi ritrovai da solo, sull’isola dell’epicentro, perché il giornalista che era con me era tornato indietro per mandare le foto prima possibile al giornale. In quel momento in Bangladesh, oltre all’alluvione, c’era un delicato momento politico: il governo era caduto. Quindi io, abbassata la tensione per l’alluvione e la presunta morte di 600mila persone, andai a fotografare i manifestanti. Nonostante fosse una notizia poco appetibile per l’Italia gli scatti erano interessanti e così, la settimana dopo, pubblicarono un altro servizio che si chiamava “Bangladesh fra tsunami e rivoluzione”. Il mio collega e amico Sergio Del Grande mi disse che l’avevo messo nei pasticci perché il suo direttore gli aveva detto “guarda che servizio ha fatto Scianna!” e lui “sì ma tu mi hai mandato lì per lo tsunami” e il direttore gli rispose “va bene ma ti devi anche guardare intorno”. Ora, io non avrei mai pensato di fare una mostra e un catalogo sul gioco però quando fai il fotografo da cinquant’anni, hai scattato oltre un milione di foto e ne hai messe 57mila in un database, schiacci “gioco” e ti vengono fuori 600 fotografie più quelle che non sono indicizzate bene: da lì poi per due mesi scremi e cerchi di scegliere non le migliori ma quelle che raccontano il tema con più sfaccettature. Però questo accade se, negli anni, sei stato ricettivo nei confronti di quel tema. Tu non scegli le foto ma vedi quello che era già lievitato dentro di te e così quando mi sono messo a ricercare le foto per la mostra mi sono accorto che molte recuperano quel sentimento per la vita e quella curiosità del bambino che gioca che fanno parte della mia natura e che nessun altro avrebbe potuto ritrovare.

C’è un gioco in particolare che ha caratterizzato la sua infanzia?

Il caso ha voluto che, per ragioni estetiche, per il manifesto sia stata utilizzata la foto della trottola che è una cosa alla quale ho giocato tantissimo da bambino. Mi ricordo ancora la sensazione del punto di ferro della trottola che gira nella mano . Mio nonno era falegname e mi costruiva le trottole che erano, in fondo, un pezzo di legno al quale legavi uno spago per farle girare, poi ti mettevi in cerchio e la lanciavi cercando di spingere fuori le altre. In questo meccanismo c’erano anche delle componenti di tipo crudele per cui, oltre al piacere di far girare la trottola, se vincevi avevi il diritto di dare quattro colpi di chiodo nella trottola dell’avversario. Come spesso accade, il gioco si trasformava in guerra.

Michele Galardini