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Dialoghi sull’uomo 2017. Guido Tonelli: “Da dove veniamo?”

Incontro con Guido Tonelli, membro del CERN. L’uomo, l’universo e la leggerezza.

“Da dove abbiamo origine?”. Con questo interrogativo esordisce Guido Tonelli, fisico del CERN, che di fronte alla notizia del ritrovamento di un dente di un piccolo Neanderthal, si pone la domanda che ogni bambino di otto anni ha posto ai propri genitori, ai propri nonni. Il velato mistero che avvolge le nostre origini infatti ha affascinato generazioni di uomini, donne, bambini, o qualunque nostro predecessore dotato di pensiero. 

Nel 2012 però una scoperta ha rivoluzionato qualsiasi nostra teoria: il bosone di Higgs. Secondo le recenti osservazioni infatti il vuoto non è assenza, bensì compresenza di tutto (un esempio molto chiaro è quello del numero zero, il numero associato alla non quantità: se vediamo questo come il risultato di una semplice uguaglianza, ovvero 1-1=0, a quel punto il numero 0 sarà allo stesso tempo +1 e -1). È dal vuoto quindi che questa particella è stata “estrapolata”, ricreando le condizioni ideali in cui potesse vivere: quelle dell’universo primordiale, dell’universo bambino, ovidiano. È così che la scienza è riuscita a dare una risposta al “perché”, prima di conoscere il “come”: siamo nati dal vuoto, e dal vuoto si sono generate le dimensioni di spazio e tempo. Insomma, concetti e slanci immaginativi che fanno davvero girare la testa.

Se lo scopo dei Dialoghi però è quello di gettare un seme in chi ascolta, qual è il seme che Tonelli ha voluto far sedimentare affinché prima o poi germogliasse?

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Innanzitutto a sorgere in noi è un sentimento di  estrema insufficienza e nullità in un universo così vasto, così vecchio, così freddo. Ma questo sentimento forse accomunerebbe anche pianeti, stelle e galassie, se anche loro potessero pensare. Dunque consoliamoci: non siamo i soli! Tutto il nostro universo, nato all’improvviso, è “consapevole” di poter ripiombare all’improvviso nel vuoto in una frazione di secondo, e ciò lo rende profondamente fragile, proprio come noi.

Terminata la lezione, dal fondo del teatro una donna domanda: “Che ruolo ha il pensiero umano in tutto questo?”. Tonelli allora risponde: “Pensa l’ universo. Questo è formato da miliardi di galassie, che a loro volta sono formate da miliardi di stelle. Pensa a questa regione di universo, e pensa che fra le miliardi di galassie della regione c’è anche la nostra, la Via Lattea, alla periferia della quale c’è il Sole , circondato da pianeti, e che in uno di questi abitano esseri minuscoli, gli uomini”. Tale affermazione lascia trasparire la nostra nullità in un sistema così immenso. Ecco il seme: l’uomo che senso ha? O come scrisse in modo decisamente più efficace Leopardi: “ove tende questo vagar mio breve?”. È vero, l’uomo è insignificante in un universo così grande, ma con il suo solo pensiero, impalpabile quanto il vuoto stesso, è capace di contenere questa immensità, è capace di darle una forma (benché erronea, forse), un’origine. La poesia e la letteratura vengono di nuovo incontro a questo grande interrogativo, in quanto espressioni dell’indefinito generato dal pensiero. Un islandese, stanco di una vita vissuta alla ricerca della felicità, cerca di fronte a una natura sicura di sé il senso della propria esistenza, interrogandola, e lei fredda risponde: “Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? […] e finalmente, se anche mi venisse di estinguere tutta la vostra specie, io non  me ne vedrei”. Forse Leopardi aveva davvero intuito  tutto, senza bisogno di basi scientifiche a cui aggrapparsi.

Ma il grande interrogativo che attanagliava il suo pastore errante non lo ha risolto: siamo capaci di creare bellezza, di suscitare emozioni, di dar vita all’immateriale; ma qual è il senso della nostra vita? In fondo la natura dell’operetta morale leopardiana ha ragione: se l’uomo scomparisse, l’universo non se ne accorgerebbe. Siamo capaci di cose inimmaginabili, ma insufficienti a cambiare le sorti dell’universo. Allora l’universo stesso forse non ha un senso, proprio come noi: in fondo chissà quanti universi si possono generare dal vuoto. Infiniti forse.

Ecco che l’universo stesso, una volta creato, deve darsi un proprio senso: è così che il Sole deve mantenere in vita il sistema solare, la Luna rischiarare la notte sulla Terra. E l’uomo? Lo scopo dell’uomo forse è proprio quello di realizzarsi, di far sì che quel molteplice così vario che racchiude e che è capace di far scaturire, trovi uno sfogo, rendendolo felice, o almeno facendolo aspirare alla felicità.

Il vuoto, l’universo, il pensiero, così leggeri, sono la chiave di lettura della nostra vita. La leggerezza è feconda, ed è la leggerezza a sopravvivere. Ciò che è pesante sedimenta, ed è destinato a morire. Viviamo non con leggerezza allora, ma per la leggerezza, perché questa genera vita, idee, mondi possibili o universi possibili, e quindi cultura, apertura al diverso, uguaglianza.

Pietro Massaini