musica: recensioni

Dauwd – Theory of Colours (Technicolor, 2017)

Questo è un mini album che per la sua ricchezza e cura, ha l’esclusività dell’EP e la completezza del disco.

DAUWDDopo molti lavori uscite per le etichette più disparate, il nostro Dauwd non si fa mancare nemmeno le etichette succursali, gli esperimenti, i lanci, cosa che poi ha sempre condotto nei suoi pezzi: la voglia di sperimentare, di fare incontrare old e nu school sotto la sua ala, di mostrare il vintage e portarlo alle sue caratteristiche più moderne, ritraducendo i linguaggi dell’amusement, diventando intelligente o, ancora peggio, interessante.
Questo Theory of Colours, che esce per la succursale di Ninja Tune, Technicolor, non tocca molti dei punti che Dauwd non abbia già toccato, ma la freschezza, la qualità e il calore della produzione (sono sempre state sue peculiarità: suonare facile senza essere così troppo facile, anzi). Influenzato da Terry Riley, Raymond Scott, l’aura Kraut, Dauwd spende i recenti anni a Berlino e matura sempre di più. Oggi riesce a unire loop, svalvolate astratte e beat in una miscela speciale assolutamente concreta, stratificata, complessa, nonostante la sua semplicità (si pensi alla poderosa Leitmotiv con i suoi punti fermi ritmici, o alla liquida Glass Jelly, senza sdegnare i passaggi molto interessanti quali Murmure, divisa in più parti e la bella Theory Of Colors, che si muove a blocco, in maniera piuttosto ariosa, diafana).

Questo è un mini album che per la sua ricchezza e cura, ha l’esclusività dell’EP e la completezza del disco, e la luce che emana dalle sue tracce è di quella sua nostalgica spensieratezza che, non importa dove, per chi, come e quando, riesce sempre ad esprimerla personalmente, come le star di Hollywood che lasciano le proprie impronte nel cemento, altro che firma.

Riccardo Gorone