rubriche: Il favoloso mondo di Italy

Dal Frecciarossa a Ruby: spot in libertà vigilata

Siamo in grado di capire se uno spot è efficace o solo di cattivo gusto? Tre esempi ci aiuteranno a capire cosa divide un’idea buona da una tragicomica

Alzi la mano chi rimpiange i tempi degli spot della famiglia perfetta della Mulino Bianco? Non vedo mani alzate se non qualcuno, in fondo alla sala, che quasi si vergogna di far parte della minoranza. Dunque siete degli ottimi abitanti del nuovo millennio, fatto di guerrilla marketing,  pubblicità al fulmicotone (citerei solo quella, mirabile, dei jeans Diesel), spot non convenzionali e aspre diatribe su cosa sia o meno politically correct.

Ma l’abitudine, spesso, genera terribili mostri agli estremi del dibattito pubblico, lasciando pressoché indifferenti tutti gli altri. Tre sono i casi di studio che voglio sottoporre alla vostra attenzione, tutti recenti e tutti made in Italy, ognuno dei quali si pone come vertice del triangolo del buon senso.

Lo spot del nuovo Frecciarossa. Diretto da Pupi Avati (non Valerio Pappafuchi) dovrebbe, in teoria, promuovere la bellezza e la comodità di un viaggio sull’alta velocità italiana: peccato che il risultato, come già riportato da molti, sia da film horror. Un ragazzino, carico di valige del primo dopoguerra, viene prima sbeffeggiato dai compagni che partono verso vacanze fasciste, tutti vestiti da lupetti, per poi salire sul modernissimo e vuotissimo Frecciarossa dove deciderà di passare il resto della sua vita. Sui social si sono scatenate le critiche: ‘piuttosto fate funzionare i l’aria condizionata!’. Sinceramente mi preoccuperei più del destino di quel povero ragazzo.

Il nuovo spot degli Huggies. Descrivendo i diversi futuri che attendono bambini di sessi differenti, l’azienda voleva presentare un nuovo prodotto che si adatta alle ‘particolarità’ anatomiche di entrambi. Subito è scattata l’accusa di sessismo e la conseguente petizione su Change.org (esiste ancora una protesta che non ha trovato spazio su questo portale?).  Massimo Guastini, presidente dell’Art Directors Club Italiano, ha dichiarato di firmare la petizione di Change.org, pubblicando anche le motivazioni: «Questo spot alimenta stereotipi e pregiudizi che non rendono rosee le prospettive della piccola, anche se le terranno asciutto il sederino per qualche tempo. E a ben pensarci anche il futuro del piccolo è discutibile, visto che si allude al fatto che possa rimanere incapace di separarsi dalla mamma anche in età adulta”. Non si capisce in che modo lo spot mini le speranze dei tue infanti. Forse per i detrattori sarebbe stato meglio un futuro come ricercatore precario, come centralinista, come cameriera stagionale, come architetto non pagato. Probabilmente l’unico futuro ancora peggiore, per entrambi, sarebbe diventare presidente dell’Art Directors Club.

Lo spot del Liquore dell’Elba Smania. Scegliere  Karima El Mahroug come testimonial di un amaro ‘vietato ai minori di 18 anni’ è semplicemente geniale. In un sol colpo dà un colpo di spazzola a tutta l’ipocrisia socio-politica degli ultimi N anni e lo fa con l’arma più forte in mano ai pubblicitari: l’ironia. Chapeau.

Liquorielbasmania_fi

Sottoporre un campione di utenti alla visione dei tre spot e chieder loro, al termine, un giudizio di merito, servirebbe e non poco a capire il clima culturale nell’Italia contemporanea, soprattutto se per cultura si intenda quella legata ai social network e agli ‘imbecilli’ di recente evocati da Umberto Eco. Siamo in grado di capire se un messaggio è ben veicolato oppure, in mancanza di filtri, spariamo nel mucchio, per paura di essere chiamati in causa con un giudizio critico? Ma, soprattutto, gli italiani sono pronti per entrare nel linguaggio mediatico degli anni Duemila?

 

Michele Galardini