Non andremo ad analizzare solo il meglio di quello che arriva da oltreoceano, in particolare le comedy e il fenomeno del revival anni ’90, ma ci soffermeremo su quanto di buono nasce dal fertile territorio italiano.

Dalle ottime fan sub ai nuovi eroi della serialità web, i The Jackal, impossibile non riscontrare un tentativo qualitativamente alto di farsi largo fra le maglie della programmazione giornaliera degli utenti italiani, divisi fra tv e internet.

Amici seriofili godetevi questi quattro approfondimenti e, come nelle migliori serie, restate con noi per le prossime puntate!

Back to Basics

Nell’ultima annata seriale sono fiorite nuove produzioni, sia da parte di reti veterane della serie tv, che da neofiti della produzione come Amazon e simili. È sempre complicato rilevare quali siano le tendenze dominanti del mondo seriale, vista la continua proposta e cancellazione di un panorama mediale quasi infinito. Senza dubbio, però, negli ultimi mesi si è verificato un certo ritorno alle origini: gli anni ’90 hanno infatti fatto capolino in svariate occasioni, in diverse serie sia nuove che ormai datate.

Il recupero del patrimonio passato potrebbe essere teorizzato all’interno della postmodernità con molta facilità, ma in questi caso spesso l’intento non è meramente citazionistico. Ad essere recuperati sono infatti non episodi e interpreti, bensì intere impostazioni narrative e di genere. A differenza di quanto potrebbe accadere nella commistione di generi postmoderna e del loro dialogo reciproco, le ultime serie hanno spesso spinto verso una catalogazione di sé più vicina, appunto, a quella di due decenni fa.

Black-ishIl caso più eclatante è Surviving Jack vista la sua tematica anni ’90, ma ad interessare in questa sede non sono tanto i casi in cui quel decennio è il protagonista, quanto quelli come Black-ish e Melissa & Joey. Queste due serie sono emblematiche perché per entrambe si assiste a operazioni di prelievo e reintegro di tradizioni narrative d’antan. Al di là della trama proposta e del suo gusto, Black-ish è ambientato nel 2014, facendo largo sfoggio di oggettistica e moda dei nostri tempi. Al suo interno, però, la serie recupera il genere della commedia familiare black, dall’accento retro. Già a partire dalle immagini promozionali il richiamo ai classici del passato è evidente, dai Robinson a Il principe di Bel Air. Non è un caso poi che nel cast spunti il nome di Laurence Fishburne, interprete del personaggio che per molti ha segnato una svolta epocale nel panorama mediale mondiale.

sabrinaL’altro caso è Melissa & Joey, più precisamente l’inizio della quarta stagione. La serie, come è noto, è prodotta dalla stessa Melissa Joan Hart, che si assicura così una continuità di carriera inaspettata, dando mano anche al co-protagonista, Joey Lawrence, scomparso dagli schermi appunto dagli anni ’90. Prima di tutto questa serie diventa l’emblema di tutti quegli attori alle prese con i tentativi di riciclaggio, che vanno da Matt LeBlanc a James Van Der Beek, passando per alti e bassi mediatici. Arrivata alla quarta stagione la Hart ha alzato il tiro: non solo ha confermato il recupero di attori e di genere (la teen comedy) dal (suo) passato televisivo, ma ha addirittura rimediato se stessa. Senza nessun preavviso l’intera storia di Sabrina, vita da strega viene riassunta in una ventina di minuti e proposta all’interno di un nuovo prodotto: zia Zelda/Beth Broderick fa il suo ingresso e spiega a Melissa che, in quanto strega, deve salvare l’Altro Regno dal male che sembra averne preso il possesso. L’episodio di inserisce nella serie in maniera anche abbastanza avulsa dal resto delle vicende, dando a buona parte degli spettatori la piena soddisfazione di un tuffo nel passato.

In realtà, anche casi come Faking it e The strain potrebbero essere citati, ma il dato rilevante è comunque segnalare un rinnovato interesse nei confronti dell’età aurorale della serialità modernamente intesa. Il risveglio di questa attenzione è segnalabile anche fuori dai piccoli schermi, nel senso che sono stati diversi i casi di riproposizione di vecchie serie su siti di streaming e dintorni. Se non si è accennato al ritorno di 24 e di Doctor Who è solo per insufficienza di spazio, ma è ovvio che questi due casi possano essere considerati insieme il punto di arrivo e un nuovo slancio per una pratica di recupero che tende a servirsi delle colonne portanti del passato per continuare a nutrire il proprio pubblico.

Con questo non si vuole certo asserire che tutta la produzione seriale dell’ultima stagione sia improntata su contenuti del passato, ma è pur evidente che accanto alla nascita di fenomeni nuovi e culturalmente pregnanti, l’attenzione al passato tv si è enfatizzato, denotando per altro una certa consapevolezza di sé, che in poche altre occasioni si era manifestata in modo così definito. In una sorta di versione seriale di Ritorno al futuro, passato e presente si mescolano, dando prova della capacità delle serie tv di essere consapevoli dei propri precedenti storici. Esattamente come succede con i media più nobili, anche le serie tv hanno tracciato un percorso di corsi e ricorsi pienamente coscienti di sé.

Teresa Nannucci

Doppiaggio VS Sottotitoli

In questo articolo affronterò un’annosa questione: doppiaggio vs lingua originale, e quindi sottotitoli.

È ormai noto che gli italiani preferiscano la pappa pronta, situazione alimentata da una grande scuola di doppiatori, che talvolta danno una voce migliore dell’originale ai nostri personaggi preferiti. Tutto comincia ovviamente dal cinema, mentre nel resto del mondo è uso comune che i film stranieri siano trasmessi in lingua originale sottotitolata, qui nel bel paese abbiamo una forte tradizione di doppiaggio, che ha portato al formarsi di una “casta”, bonariamente intesa, di doppiatori: intere famiglie che affiancano la loro carriera attoriale a quella di dar voce agli attori hollywoodiani; penso per esempio a Ferruccio Amendola e a suo figlio Claudio, a Pino Insegno, alla famiglia Ward tutta, a Giancarlo e Adriano Giannini e al fantastico Francesco Pannofino. Insomma la qualità delle nostre voci è indubbiamente alta, un discorso a parte meriterebbe la questione degli adattamenti, ma vi tedierei troppo e uscirebbe il mio animo di linguista!

Ma veniamo ora alle serie tv, tutti noi maniaci seriali (cit. Chiara Poli) abbiamo una serie da cui tutto è cominciato (per me è stata Friends), e quella serie l’abbiamo vista sicuramente in italiano, ci siamo affezionati alle voci, ai modi di dire, sono entrati nella nostra quotidianità, poi quando la nostra follia seriale si era ormai manifestata abbiamo riscoperto tutto daccapo in originale, come era stato pensato.

In questi anni il fenomeno delle serie tv è esploso anche in Italia, la moltiplicazione di canali tematici ne è un chiaro segnale, le pay-tv offrono ormai il doppio audio, in modo da dare a tutti la possibilità di seguire le proprie serie preferite nel modo che si preferisce, anche se scegliendo di vederle sottotitolate si può spesso rimanere delusi dalla superficialità usata. Esiste ovviamente anche il modo di chi le serie tv le scarica, è inutile negarlo, e di fianco ai siti di torrent e streaming sono nati parecchie community di fansub, popolate da buoni samaritani che ogni settimana si prodigano per rendere comprensibili le serie ai poveri mortali che con l’inglese, o tutte le altre lingue, non sono molto bravi. Abbiamo intervistato per voi Antonio di Itasa e il team di Subspedia:

Da quanto tempo fai parte di un fansub? Quante serie sottotitoli a settimana?
Antonio – Faccio parte di ITASA dal dicembre 2005, ossia da quando è nata. Mi occupo di 2-3 serie a settimana a seconda del periodo dell’anno.
Fawed – Sono quattro anni, ormai, di cui tre con Subspedia, che è il sito che ho fondato (insieme ad Elposa e che amministro tutt’ora. Quante serie sottotitolo, bella domanda… i miei risponderebbero “troppe” a prescindere, ma tra traduzioni e revisioni mi occupo di otto serie.
Sintie – Ho dovuto fermarmi un attimo, perché non ricordavo di preciso XD Ho iniziato nel 2011 come semplice traduttrice. Faccio parte di Subspedia praticamente dalla sua nascita! Tecnicamente, faccio 3 traduzioni e 3 revisioni a settimana, ma c’è sempre qualcuno da sostituire e va a finire che sottotitolo ogni giorno!
Ellie – Sono entrata nel team il 3 gennaio 2012, quindi quasi tre anni, ormai.
Per ora revisiono Black-ish e traduco The Originals e American Horror Story, ma da settimana prossima si aggiungerà anche la traduzione di The Newsroom.
MQamar – Faccio sottotitoli da circa due anni e mezzo e traduco almeno tre/quattro serie a settimana.

C’è una serie che tutt’ora ti ostini a guardare in italiano, diciamo per affezione?
Antonio – No, ormai guardo tutte le serie che mi interessano in originale. Ormai in tv guardo solo eventi in diretta, quasi esclusivamente sport. Essendo comunque abbonato ad una paytv ogni tanto (sempre più raramente in realtà) mi capita di sintonizzarmi sui canali che trasmettono solo serie tv e di lasciarle in sottofondo.
Fawed – No, direi di no. Però c’è una serie che è l’unica eccezione al mio autoimposto divieto di guardare serie doppiate, ed è How I Met Your Mother. Anche se ho visto tutti gli episodi in inglese, rimane l’unica serie che riesco a guardare anche in italiano, probabilmente perché è una delle poche con cui ho avuto il primo approccio in italiano e solo dopo in inglese.
SintieStreghe, la mia serie preferita. L’ho conosciuta in italiano ed è l’unica che mi sembra “strana” in inglese!
Ellie – In realtà no, ma se dovessi ricominciare l’ennesimo rewatch di Lost lo guarderei in italiano perché credo che sia una delle poche serie in cui la scelta delle voci e i doppiatori abbiano valorizzato gli attori stessi.
MQamar – “Una mamma per amica”, per qualche motivo non ho mai neanche avuto la curiosità di vederlo in originale.

Con quale serie hai cominciato? Ti è stata assegnata o l’hai scelta tu?
Antonio – La prima serie è stata Smallville, che poi è stata anche la prima serie di sempre tradotta da ITASA. L’ho scelta io. Su ITASA non viene mai assegnata una serie a nessuno; ognuno è libero di scegliere quello che sottotitolare. È un hobby, non puoi costringere qualcuno a fare quello che non gli piace.
Fawed – A fare sottotitoli? E’ strano ripensarci, perchè nel corso del tempo ho cambiato totalmente idea nei suoi confronti, ma è stata Glee. La amavo, le prime due stagioni le considero un vero capolavoro telefilmico, riuscivano a parlare di argomenti seri senza prendersi troppo sul serio.
Sintie – Ad affacciarmi nel bellissimo mondo del fansubbing? Grey’s Anatomy. A tradurre, invece, Glee! Traduzione notturna, un incubo, pensandoci adesso! All’inizio, eravamo pochi, quindi non c’era molta possibilità di scelta e si traduceva un po’ di tutto, per evitare di avere buchi nei vari team di traduzione. Ricordo di aver tradotto anche diverse puntate di Switched at Birth, nello stesso periodo.
Ellie – Ho conosciuto Subspedia tramite la pagina FB di PrettyLittleLiars Italia, quindi ho iniziato a tradurre quello, per mia scelta. Nella stessa settimana, avevo anche Switched At Birth, serie della quale poi sono diventata revisore e che ho scelto “per necessità”, perché all’inizio c’erano ancora pochi traduttori.
MQamar – Ho iniziato con Once Upon A Time, scelta da me

La domanda stupida: se conosci così bene la lingua da poter sottotitolare una serie, cosa ti spinge a farlo?
Antonio – Onestamente, quando ho cominciato, la mia conoscenza dell’inglese non era un granché. Certo l’avevo studiato a scuola, ma lì non impari neanche un decimo di quello che ci sarebbe da sapere. Non vado certo orgoglioso dei primi sottotitoli che ho rilasciato, ma la pratica mi ha aiutato tanto, quindi ora continuo perché credo che guardare, ma soprattutto tradurre, aiuti tantissimo nella conoscenza di una lingua straniera, e voglio che sempre più gente si avvicini a questo mondo.
Fawed – E’ una domanda molto meno stupida di quanto possa sembrare, in realtà ed è anche alquanto difficile rispondere cercando di non sembrare un missionario. Penso che “lo faccio per passione” sia quanto di più vicino alla verità. Ho iniziato perchè amavo i telefilm, sapevo abbastanza bene l’inglese e volevo poter vedere le serie in anteprima, senza dover aspettare che qualcuno facesse il lavoro per me. Sono l’unico degli amministratori a non aver studiato lingue, quindi non posso nemmeno giocare la carta “come preparazione per l’università”!
Sintie – Io studio lingue e, ai tempi, ero alla disperata ricerca di qualcosa che l’università non mi dava: l’esercizio costante. Poi ho iniziato a conoscere il mondo dei telefilm, ad amarlo e a soffrire per le attese infinite, quindi, quando ho letto di questo gruppo di fansubbing che cercava nuovi traduttori, ho pensato “perché no?”Allo stesso tempo, conosco bene il mondo “dall’altra parte”: so cosa vuol dire aspettare una serie, quindi mi piace poter mettere a disposizione degli altri telefilm addicted quello che loro amano, sfruttando una mia passione.
Ellie – Inizialmente, per approfondire la conoscenza della lingua. Non sembra, ma si imparano tantissime sfumature che magari sfuggirebbero, semplicemente guardando una serie o un film. Poi, ovviamente, è diventata anche una questione di affetto verso Subspedia e tutto il team che ne fa parte.
MQamar – Perché è il tradurre in sé che mi piace, il cercare di rendere una frase inglese nel miglior modo possibile in italiano. E poi perché traducendo si impara sempre più, soprattutto se si tratta di slang o modi di dire.

In molti paesi europei le serie vanno in onda direttamente in lingua originale già alla prima messa in onda, visto il crescente interesse per le serie tv nel nostro paese, credi che questa pratica si estenderà anche all’Italia? Insomma il doppiaggio morirà mai? E se dovesse morire ti dispiacerebbe?
Antonio – Non credo che in Italia il doppiaggio morirà mai. Ancora troppe persone, anche giovani, non conoscono una lingua straniera, e non doppiare vuol dire perdere milioni di spettatori, quindi meno incassi dalle pubblicità e meno guadagni. Però spero almeno che ci sia in futuro sempre la possibilità del doppio audio, e con sottotitoli fatti come si deve, non quelli che si vedono ora su Sky, più fastidioso che utili, secondo me.
Fawed – Penso che solo qualcuno di altamente masochista potrebbe desiderare la morte del doppiaggio, che è una grandissima arte di cui l’Italia dovrebbe andar fiera. Mostri sacri come Ferruccio Amendola e Giancarlo Giannini, e non cito Carlo Valli solo per non andare sull’ovvio, hanno dato una vita totalmente nuova a film che in lingua originale non hanno lo stesso spessore. E’ vero, spesso il doppiaggio non permette una traduzione fedele delle battute o la trasmissione di tutto quello che viene detto dagli attori, ma non penso che doppiaggio e sottotitolaggio siano due mondi mutualmente esclusivi. Sarò un bastian contrario, ma personalmente non ho sopportato granchè True Detective. Eppure, con il doppiaggio di Pino Insegno e Adriano Giannini (non penso dimenticherò il suo doppiaggio magistrale di Heath Ledger in Il Cavaliere Oscuro), la serie ha acquistato un’altra intensità, per i miei gusti.
Sintie – Il fatto che noi facciamo fansubbing non vuol dire che non apprezziamo il doppiaggio, soprattutto quello in Italia che è una spanna sopra molti altri Paesi. C’è anche da dire che la diffusione del doppiaggio piuttosto che del sottotitolaggio è dovuto anche al rapporto che il nostro Paese ha con le lingue straniere, inglese in primis, un rapporto che sta cambiando negli ultimi anni e con le nuove generazioni. Già da qualche mese, diversi canali televisivi danno la possibilità di seguire film e serie TV in lingua originale e con i sottotitoli, e credo sia un ottimo mezzo per entrare meglio in contatto con la lingua e impararla, ma perché mai una strada dovrebbe portare alla morte dell’altra?
Ellie – E’ anche il motivo per il quale molti paesi parlano inglese molto meglio degli italiani. Credo che il doppiaggio non morirà mai, in realtà, perché (in parte giustamente) ad ascoltare una qualsiasi cosa nella propria lingua madre “si fa meno fatica”. Più che altro, penso che si potrebbero proporre e pubblicizzare più contenuti in lingua originale, lasciando l’utente libero di scegliere come vuole guardare la tv. Onestamente, anche se il doppiaggio dovesse morire, per quanto mi riguarda non cambierebbe nulla.
MQamar – In Italia il doppiaggio sopravviverà ancora per un bel po’, data la bassa percentuale di gente che parla in inglese, e a mio parere non sarà mai soppiantato del tutto. Tuttavia è verosimile pensare che i canali che trasmetteranno solo in lingua aumenteranno nel prossimo futuro, e certamente la cosa comporterà degli svantaggi per i doppiatori. Per quanto mi riguarda spero che il doppiaggio non sparisca del tutto. I doppiatori sono professionisti che svolgono seriamente il proprio lavoro e hanno alle spalle solidi team che svolgono un serio lavoro di traduzione e adattamento per coloro che invece apprezzano i contenuti televisivi nella propria lingua madre.

Chiara Schmitd

La comedy del presente. Brooklyn Nine-Nine, The Goldbergs, The Millers, You’re the Worst.

Nella coda della terza golden age della serialità televisiva sembra che il pubblico abbia acquisito piena consapevolezza delle infinite varietà stilistiche che il formato propone. Prodotti recenti come Newsroom, True Detective, House of Cards o The Knick sembrano confermare ed ampliare quello che a partire dal decennio precedente era considerato una novità: ovvero l’idea che uno standard qualitativo “alto” potesse diventare norma all’interno dei network televisivi.

Ma come la mettiamo con la comedy? In che modo un formato legato all’intrattenimento leggero si è misurato con questo modello? Effettivamente – a parte il notevole post-seinfeldiano Curb Your Enthusiasm (2000) e il celebre Scrubs (2001) – il genere nei primi anni Duemila parte un po’ in sordina: prodotti come La vita secondo Jim (2001), Tutto in famiglia (2001) o Le cose che amo di te (2002) sembrano riproporre stancamente gli stilemi della sitcom dei due decenni precedenti.

Tuttavia bastano pochi anni perché anche questo frangente cominci lasciar trapelare alcune novità importanti. How I Met Your Mother (2005) diventa nel tempo una serie di culto riproponendo l’ennesima – ma sempre efficace – declinazione della commedia romantica. The Big Bang Theory (2007) riesce a sfruttare adeguatamente la figura del nerd cavalcando l’onda di una risemantizzazione del termine (da genio ma sfigato, a genio punto). Modern Family e Parks and Recreation (entrambe del 2009) sopperiscono alla (pseudo) povertà tecnica innestando l’estetica del mockumentary e amplificando a dismisura – soprattutto nel primo caso rispetto alla visione della famiglia – le coordinate stilistiche e di genere. Infine Louie (2010), una narrazione dell’esistenza del comico Louis C.K. che alterna sconnessi frammenti di vita a parti dei suoi spettacoli, il tutto in un mood cinico e cupo che la rende la versione black dell’amato-odiato Seinfeld.

Ma il presente rivela ulteriori sorprese. Con il primo lustro degli anni 10 che volge al termine, possiamo già individuare alcuni prodotti che, pur rimanendo saldamente ancorati entro i canoni del genere, si fanno notare per l’uso intelligente dei dialoghi, delle ambientazioni e delle costanti tematiche.

Brooklyn Nine-Nine

Brooklyn Nine-Nine (2013) è all’inizio della seconda stagione. E’ la storia di un dipartimento di polizia nella Grande Mela capeggiato da un austero capitano afroamericano gay (Andre Braugher) e composto da una squadra di scapestrati. Il protagonista (Andy Samberg) è un detective tanto arguto quanto pazzoide, sempre in competizione con la collega-rivale (Melissa Fumero) di cui è segretamente innamorato. Vi sono poi un aspirante gourmet (Joe Lo-Truglio), un sergente palestrato ma fragile (Terry Crews), una detective dai modi brutali (Stephanie Beatriz), due colleghi incapaci e nullafacenti (Dirk Blocker e John McKinnon Miller) e un’impiegata fannullona (Chelsea Peretti). È la classica workplace comedy che condivide con una serie come Scrubs (2001) il gusto per il citazionismo e l’effetto comico derivato dal contrasto tra il tono farsesco e l’ambientazione “seria”. Tuttavia Brooklyn Nine-Nine ha il pregio di espungere tutto il buonismo che trapelava nella medical comedy-drama, concentrandosi sull’abilità narrativa e mescolando efficacemente detection e comicità. Le gag funzionano, i plot reggono e Dan Goor e Michael Schur riescono a creare un prodotto solido senza l’ossessione della novità stilistica.

Svoltando verso la sitcom familiare troviamo The Goldbergs (2013). Approdata anch’essa alla seconda stagione, la serie funziona egregiamente grazie al puntuale sfruttamento del mito degli eighties. La voce narrante è quella dell’autore Adam Goldberg (interpretata da Patton Oswald) che racconta di quando era un ragazzino negli anni ’80 e si accingeva a filmare la vita quotidiana in famiglia con una videocamera. Inutile dire che ogni episodio riprende gli emblemi del periodo: gli albori dell’informatica, la musica, il cinema (da Tron ai Goonies), i vestiti e l’oggettistica. Il tutto in una cultualizzazione del passato che vede gli anni ’80 come un’entità mitica senza precise coordinate temporali; tanto è vero che ogni episodio comincia con la frase «Era il 1980 e qualcosa…». Detto ciò l’idea di fondo dell’operazione è quella di raccontare la famiglia come un’istituzione che non risponde ai dettami delle epoche storiche ma che rimane immutabile nel tempo: la mamma è sempre chioccia, il padre burbero e pantofolaio, il nonno alleato dei nipoti, il fratello maggiore ora bullo ora amico, la sorella in conflitto con la madre. Degni di nota i titoli di coda che riportano le riprese originali della vera famiglia del creatore.

The Millers

Sempre sul versante sitcom familiare troviamo The Millers (2013). Qui il genere assume connotati ancora più classici: multicamera setup con tanto di risate fuori campo del pubblico. Protagonista è – com’è ovvio – la famiglia Millers: la madre impicciona ed apprensiva (Margo Martindale), il padre inetto e pigro (Beau Bridges), il figlio maggiore rampante giornalista di bell’aspetto (Will Arnett), la figlia minore (Jayma Mays) con il marito (Nelson Franklin) squattrinati che gestiscono un caffè vegano e la loro piccola e sveglia figlia (Eve Moon/Lulu Wilson). L’amico di famiglia Ray (J.B. Smoove) osserva e dispensa consigli. Sarebbe tutto nella norma se non fosse che la serie comincia con il divorzio dei due genitori ultrasessantenni. Un evento tutt’altro che drammatico – visti i costanti litigi dei coniugi – che invece di smembrare il nucleo famigliare, lo rafforza e ne ricostituisce l’armonia. Ma oltre all’inedito tema affrontato, The Millers funziona perché riesce a strappare innumerevoli risate grazie alla capacità degli attori di reggere i tempi comici in maniera inusuale.

You're the Worst

Rimane solo la commedia romantica e la troviamo nella nuovissima You’re the Worst (2014). Qui una coppia di trentenni cinici e opportunisti (Chris Geere e Aya Cash) cominciano a frequentarsi affermando che mai e poi mai avrebbero iniziato una storia d’amore. Sullo sfondo i rispettivi amici Edgar (Desmin Borges) – eroinomane veterano dell’Iraq – e Lindsay (Kether Donohue) – sovrappeso e moglie di uno sfigato – si inseriscono creando ulteriori problemi. L’ironia la fa da padrone e l’inizio – un rincaso post-coitum evitato solo per pigrizia – anticipa un decorso tipico del genere. O forse no.

Quattro prodotti semplici, ma che dimostrano un’abilità più che apprezzabile nella gestione dei tempi comici e nell’innesto di vicende inconsuete all’interno di strutture classiche. E’ davvero un bel momento per le comedy.

Leonardo Cabrini

Il fenomeno The Jackal dalle webseries alla serie tv

Chissà se gli sceneggiatori di Gomorra – La Serie, nello scrivere la battuta “deux frittur”, avrebbero mai immaginato che avrebbero dato vita a un tormentone, riconfermando senza ombra di dubbio il mitico successo degli sciacalli napoletani. Sin dai tempi di Maccio Capatonda, esploso dal successo di “Mai dire…” e della Gialappa’s Band, pochi, se non forse nessuno, aveva sfiorato dei picchi di visualizzazioni tanto alti da avvicinarsi ai 4 milioni in poche settimane. I The Jackal, grazie al potere della rete e della loro creatività apparentemente illimitata, rimarcano con forza il potere di un mezzo che dalla sua nascita non ha fatto altro che dar sempre più potere agli utenti e alla loro voglia di scoprire e far scoprire, Youtube – in particolare – e il WWW – in senso lato.
C’era una volta un gruppo di amici la cui voglia di mettersi in gioco e di divertirsi era più forte di ogni ostacolo economico e sociale. Questi ragazzi, originari di Napoli e dintorni, decisi ad agire con forza e determinazione hanno dato vita ad un’agenzia che nel giro di pochi anni è divenuta un fenomeno di visualizzazioni e citazioni. E fu così che nacque Lost in Google, la loro prima web series.

JackalIl mercato delle serie web, anche se di mercato non si può sempre parlare, è ormai da vari anni che dimostra quanto la creatività e il desiderio di scardinare le logiche delle case di produzione private, convenzionali, possono aiutare chi non desidera entrare a far parte del sistema, chi sente che il web sia uno strumento espressivo o chi semplicemente comprende quanto il potere del web sia invasivo. In un’intervista rilasciata al magazine Rolling Stones, hanno affermato “Non chiamateci youtuber, per noi YouTube è una piattaforma come un’altra per far circolare i nostri filmati”, tuttavia, a partire da Lost in Google, Gay ingenui, Vrenzole e Gomorra La serie – Gli effetti sulle persone, per non parlare delle pillole di vita Nipples, il gruppo di sciacalli napoletani sta mostrando quante potenzialità abbia la rete e la logica youtube. Imprevedibili e divertenti, provengono da una terra che, come amano dichiarare, “è un gigantesco set in movimento, un po’ come il nostro studio che ogni volta camuffiamo per creare ambientazioni sempre nuove”. Ed è anche e soprattutto grazie alla loro città che hanno preso vita alcuni dei prodotti più divertenti, folkloristici e magistralmente elaborati, ossia The parker, The Washer e Vrenzole.

Al di là degli stereotipi, i ragazzi di The Jackal riescono ad estrapolare dei dettagli che rendono onore alla vitalità di quella città, da tanti bistrattata: così è stato anche per il caso “Gomorra”. Libro scandalo, film discusso fin troppo e…web series dai risvolti assolutamente strepitosi. Abituati al trattamento di una tematica così delicata come la mafia, la sua quotidianità degli scugnizzi e le atrocità di questo fenomeno sociale italiano – ma non solo –, la web series dei The Jackal, nata per gioco, per dar sfogo alla passione di Ciro per la serie (quella vera), non ha fatto altro che smontare la potenza di questo virus sociale, estrapolando battute e gestualità e rivisitandole in contesti assolutamente fuori luogo. Ciro Capriello, con la sua convinta imitazione di Genny Savastano – boss della serie Gomorra – importuna sempre il povero malcapitato, prima portapizza poi barista per finire (per ora, sono alla terza puntata) col povero cameriere che puntualmente si licenzia o perde il lavoro, per aver dato retta alle divagazioni eccentriche del protagonista-imitatore. Tutt’altro che offensiva, Gomorra la serie – Gli effetti sulle persone scardina e ridicolizza un potere che necessita di essere smontato. E Roberto Saviano non manca nell’affermare infatti che i ragazzi di The Jackal fanno assolutamente bene a riproporre le battute della Camorra in versione comica perché, da che mondo è mondo, la comicità e l’ironia sono strumenti molto potenti per lo sgretolamento di fenomeni apparentemente intoccabili.

Con molti progetti nel cassetto, tra i quali una serie per la televisione, e una perla appena spuntata grazie a Indiegogo, Dylan Dog – Vittima degli eventi, gli sciacalli napoletani continueranno ad invadere il web poiché, a differenza di altri come Maccio Capatonda appunto o i The pills, sentono che la rete gli calza a pennello e non hanno quindi intenzione di abbandonare il campo. Tra una pubblicità e un video, tra una puntata e l’atra, non devono assolutamente andare “a prendere il perdono” di nessuno, ma continuare a “sgretolare un tabù e allentare la tensione su certe frasi e atteggiamenti drammatici”, e perché no, anche qualche prodotto televisivo non certo felice.

Valentina Marzola