Introduzione alla nuova scena elettronica italiana

Quando uno pensa alla musica elettronica di oggi (ed anche di ieri), è inevitabile che gli vengano in mente luoghi come Detroit, Los Angeles, l’UK della Warp e di Ninja Tune, la Germania techno alla Modeselektor o glitch alla Alva Noto… Una cosa è certa: non molti prenderebbero in gran considerazione l’Italia. Eppure qualcosa nel nostro paese si sta muovendo da tempo: tutta una piccola galassia di producers (spesso giovanissimi e self-made), in parte esplorata, in parte meno, esiste sotto la superficie. Certo si tratta di una nicchia di artisti inseriti in scene che già di per sé si potrebbero definire di nicchia. Eppure, più ci si addentra fra le invenzioni di questi beatmakers nostrani, più ci si stupisce della freschezza e dell’originalità che spesso dimostrano. Alcuni di loro, difatti, già sono stati notati anche all’estero, altri invece sono ancora là fuori che cercano di portare in giro il loro sound. Spesso con un’ironia ed una giocosità tese fra il pastiche, il trash ed il puro grottesco. Certo è impossibile fornire un quadro completo di questo movimento musicale tutto italiano. Ma possiamo certamente, in questa Cover Story, fornirvi qualche buona suggestion.

Godblesscomputers

Col quel suo sound un po’ black in stile Blake e/o Lapalux (vedi il mini-documentario realizzato da Wired qui sotto), Godblesscomputers (progetto nato nel vicino 2011) è oggi uno dei giovani artisti elettronici più in vista in Italia. E si fa notare nonostante la sua avversione per la dimensione “social”, pure così importante per farsi un buon nome ai nostri giorni. Un producer in tutto e per tutto outdoor, potremmo dire, vista anche la sua smodata passione per i campionamenti ambientali (processati, ripuliti e sequenziati, s’intende).

Nato Lorenzo Nada, vive a Bologna. Città che ha voluto omaggiare nel video di un singolo tratto dal suo ultimo LP “Veleno” (2014).

Solid Crew

Restando sulla scena bolognese: quelli che alla musica da ascolto e alle atmosfere outdoor preferiscono l’indoor dei club e i sottocassa disorientanti apprezzeranno il progetto di questi ragazzi. Dalla techno al dubstep al funky, sempre in giro per i locali del bolognese e non solo, con un solo obiettivo comune: far sì che il tuo culo si muova.

Dj Khalab

Nessuno conosce il suo vero nome, ma tutti sanno che la sua è la faccia di un erbivoro. Collaboratore assiduo del Crisci mascherato da Clap! Clap!, il suo stile fonde le strutture della bass music con campionamenti percussivi tribali e stralci di melodie africane.

Mørkeblå

Vi ricordate di quando siete venuti a sapere del djset esclusivo di Kode9 al Locomotiv Club di Bologna? Ecco, quella stessa sera forse non ve ne sarete resi conto perchè siete arrivati tardi, ma Morkebla ha tirato giù i muri con i suoi droni e continua a farlo da dietro il suo laptop.

Ninos du Brazil

Ma veniamo a qualcosa di un po’ più particolare. Proveniente dal punk anni ’90 più controverso, questo duo mischia le influenze più variegate ad un’attitudine festaiola tipicamente trash che li porta ad esibirsi in show live al limite del parossistico. Fra esplosioni di coriandoli, balli sconclusionati e abiti davvero cretini riescono a coinvolgere il pubblico fino quasi alla catarsi collettiva. Probabilmente inferiori solo ad Omar Souleyman.

Anubi

Un nome programmatico: nel suo ultimo EP, Rom, traduce perfettamente lo stato d’animo che si può evocare accostando i due tratti semantici divinità+cane. Notevole anche il manifesto “Very Dog Anthem”. Roba da cani, insomma.

Mudimbi

Ascoltando la prima traccia del suo nuovo EP sorge spontaneo nella mente il ricordo della famosa hit degli anni ’90, Blablabla di Gigi D’Ag. Ma siamo su un altro pianeta, dominato dall’humor a volte nero a volte grottesco del nostro mc, in cui i tre poteri democratici vengono applicati dai seguenti organismi: sesso, droga & sbombardo.

Alcuni tra i vari artisti proposti fin qui mostrano però un elemento di coesione. Questo elemento si chiama DIGI G’ALESSIO. Dj Khalab collabora con lui, ha prodotto una base per il disco di Mudimbi, è nella stessa etichetta di Anubi (la Lucky Beard). FI PI LI, bitch. Esamineremo allora le caratteristiche di Digi e le metteremo in relazione con un contesto globale per capire in che direzione si stia muovendo l’underground italiano.

Roberto Beragnoli, Davide Cannella e Emanuele Nesi

Tra Digi e Gigi: musica post-ironica

L’Italia di Digi G’alessio e quella di Gigi D’alessio sono la stessa Italia. Ma allo stesso tempo sono due Italie differenti, molto differenti.

Chi è DIGI? Paura Lausini, Brucio Battisti o Paolo Limiter? Tutti insieme. Ed è anche Clap! Clap!, il suo più recente progetto. Sicuramente è uno dei più talentuosi producers cresciuti negli ultimi anni in suolo italiano. Nel corso della sua carriera Cristiano Crisci, fiorentino classe ’81, ha già percorso varie strade, l’hip-hop post-Dilla, la bass music, la musica 8-bit, ma anche generi popolari, come la musica tribale africana (ma sempre rigorosamente laptop).

Crisci appartiene ad una generazione di musicisti poliedrici, figli della cultura digitale e della rete, nella quale trovano il principale mezzo di diffusione del proprio lavoro. Questa nuova ondata di artisti è riuscita forse meglio di ogni altra nell’intento di abbattere le barriere tra i generi anche grazie ad un uso sempre più spregiudicato e creativo dell’arte del sampling. All’estero questa tendenza ha iniziato a dare i suoi frutti già da inizio millennio, nelle prime sperimentali commistioni fra techno, ambient, rivisitazioni dell’hip-hop old school, soprattutto strumentale e influenze etniche tradizionali. La scena che si va delineando negli anni ’10 deve molto a questi pionieri, ma deve molto anche all’espansione inarrestabile della cultura web.
Possiamo considerare G’alessio uno dei principali (forse perché non sono molti) esponenti di questa tendenza in Italia. Oltre ad essere italiano, però, Paolo Limiter aka Crisci è anche un toscano; forse è per questo che tanto la sua musica quanto il suo personaggio sono caratterizzati da un’anima ironica e scanzonata. Basti esaminare i titoli di alcuni dei suoi pezzi più riusciti: Tabogation Motherfunk, Girella Yum Yum, Stendere i Panni.

Giocoso e disteso nei suoi tre “libri” wonky (Brown, Yellow e Purple Book), l’altrimenti-noto-come Jerry Kalashnikov sa anche far volare tutto per aria, come in vari EP (Lucky Bald e Disco Zambra, per fare due esempi) e ultimamente ha intrapreso una ricerca più approfondita sui ritmi tribali con il progetto Clap! Clap!

Grazie a tutto questo, coadiuvato da un freschissimo talento per il beat-making, la fama di Digi ha sconfinato ed è giunta persino oltreoceano, dove progetti simili possono trovare terreno fertile. Ma attualmente è ancora un altro musicista dal nome simile a dominare le nostre classifiche: Gigi D’alessio. Torniamo così all’inizio dell’articolo e alle due Italie, quella di Gigi e quella di Digi, due Italie che oggi coesistono e forse hanno un unico punto in comune: la passione per il grottesco.

Roberto Beragnoli, Davide Cannella e Emanuele Nesi

Techno: un breve viaggio A / R

Un panorama, quello della techno, che può dirsi storia, che si è diramato in sottogeneri diventando stile, ambiente, cultura. Quella cultura occupa regioni del globo tra loro distantissime e radicandosi a seconda del tipo di declinazione del paese. “Cultura” è una parola strana, ampia, spesso fraintesa, spesso slogan lanciato in maniera estemporanea, spesso velleità, spesso un qualcosa di sconosciuto e di inutile, se non addirittura di dannoso – si ricordi il celebre motto goebbelsiano –, ma sicuramente un termine che va utilizzato, in questo frangente. La techno si sviluppa in ambienti, si evolve a seconda delle influenze, dei personaggi e la sua morfologia si modifca a seconda delle circostanze dei luoghi, dei milieux. Appunto di radice si parlava, di un genere che si radica. Ma la stessa cosa non può essere detta per gli artisti che trovano radici nei propri ascolti, ma non esattamente nei luoghi di lavoro, nei luoghi in cui opere vengono concepite, prodotte, fatte circolare. Poco importa che, invece di salotti, ci siano club. Di fatto il termine “techno” ha a che fare con la sorgente sonora (techno → tecnica → elettronica → sintesi) e può inserirsi nei contesti più disparati (sonorizzazioni, elementi ambient/noise, specchio metropolitano, paesaggio sonoro, atmosfera). Per questo è possibile parlare di cultura techno, avente una vasta serie di sfaccettature. Così come ogni artista da’ un proprio taglio al genere, a seconda delle influenze, a seconda del proprio humus culturale, così il genere si espande e muta forma a seconda dei contesti.

Essendo italiani, cercheremo di vedere brevemente alcuni dei personaggi attuali del panorama techno italiani, i nomi che più hanno influenzato (o che sono stati influenzati) il genere in causa.

Lucy

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Lucy è il nome d’arte di Luca Mortellaro che si è focalizzato sulla techno concependo la propria etichetta Stroboscopic Artefacts, attiva dal 2009. Proprio l’etichetta è servita a Lucy per tracciare le sue coordinate estetiche, dando un proprio imprinting al genere (non solo a livello musicale, ma anche graficamente, e anche per un portfolio di artisti con interessanti affinità, seppur differenti tra loro). Lucy ha suonato nelle più importanti vetrine europee (come il Berghain, il Corsica Studios) e di oltre oceano (Stati Uniti, Australia e Giappone). Ha partecipato a festival rinomati come Sonar, ADE, Time Warp, Club2Club, Boiler Room. Il suo primo disco solista risale al 2011 avente il titolo Wordplay for Working Bees, un disco che mescola sonorità ambient, glitch e noise con l’ossessività della techno. Una techno che comunque scolpisce i timbri sonori e che non ha esclusive pretese da dancefloor, tutt’altro. La crudezza si sposa con la delicatezza e col sentimento. Sedimenti rumoristici e pattern ritmici creano dei veri e propri paesaggi sonori che possono tranquillamente risiedere in un sentore di dub d’antan, di glitch e drone, che fa solo intuire la portata della propria ritmicità. Lucy si contraddistingue proprio per il fatto che la sua è una techno in potenza, sempre dotata di una particolare Sehnsucht. Nel 2013 pubblica un album in collaborazione con Speedy J sotto il nome di Zeitgeber.

Sono stati pubblicati altri suoi dischi solosti sotto le etichette CLR (di Chris Liebing) e Mote-Evolver (di Luke Slater), etichette che hanno visto album collaborativi con Silent Servant e Xhin. Sicuramente due nomi, questi ultimi, che hanno deciso di scolpire dettagliatamente il proprio genere, e senza compromessi, raggiungendo il picco estremo della techno.

Ma, come ripeto, fin dai suoi primi lavori, Lucy si è orientato verso l’aspetto più acustico del genere, tant’è che, nel suo essere proteiforme, Lucy è stato invitato a performare Rossini Recomposed, al Rossini Opera Festival. Mèlos e techno hanno visto un sodalizio, non solo come esperimento embrionale, ma soprattutto nella propria riuscita. Techno è proprio questo: la capacità di ri-concepire un’atmosfera, attraverso processi elettronico-compositivi. Ma la vera conferma delle sue capacità ‘sonore’ arriva col disco del 2014 intitolato Churches Schools and Guns, preceduto dalla raccolta di remix che anticipano il disco Churches Schools and Guns Remixed, che vede collaborazioni di nomi quali Eomac (facente parte del duo Lakker), Milton Bradley, Shapednoise e Donato Dozzy (quest’ultimo verrà affrontato meglio in seguito). L’album possiede tracce che non possono essere considerate techno nel senso canonico del termine (più che canonico, diremmo originario, e cioè quello derivante dalla scena di Detroit tra fine anni ’80 e inizio ’90 con nomi quali Juan Atkins, Jeff Mills, Carl Craig e Richie Hawtin, influenzati dalle teorie di Alvin Toffler, autore de La terza ondata, in cui dichiarava che i tecno-rinnegati, si sarebbero ribellati e avrebbero influenzato la società secondo i loro scopi), ma che trovano una dimensione più lirica, personale.

Donato Dozzy

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Il professore, chiamato così per la sua enciclopedica conoscenza musicale, comincia la sua esplorazione da dj nel 1983, sotto l’ala del mentore Maurizio Laurentaci. Alla fine degli anni ’80 scopre la techno col suo amico Leo (produttore di musica house Lerosa).

“Ho sempre avuto la passione per Il Circeo, quello è il luogo dove sono cresciuto da piccolo e dove i mie genitori mi han sempre portato per le vacanze estive. Non vi è posto al mondo che amo di più, e fu proprio li che durante l’estate del 1990 accadde l’impensabile. A quel tempo c’era una discoteca locale che andava molto in voga, il Nautilus, una struttura costruita al di sotto di una piscina, gli oblò sulle pareti ed il soffitto facevano filtrare questa irreale luce bluastra. Ed il dj chi era? Ovviamente Peter Micioni, il mio eroe di qualche anno addietro, l’occasione per conoscerlo fu ghiotta e grazie a Gianni Sponti, un amico in comune, ci conoscemmo e lui riuscì a descrivermi come un bravo Dj.” (electronique.it)

La vera svolta avviene nel 1999 diventando dj resident del Brancaleone Club a Roma. Nel 2001 entra a far parte della band The Kitchen Tools, scritturati dalla Virgin. Nel 2004 si trasferisce a Berlino e per due anni ottiene la residenza al Panorama Bar: i lunghi dj set di chiusura di Donato, lo portano a sviluppare il suo sound fatto di progressioni graduali, phasing e ritmi articolati e ipnotici. Un caso di djing in cui Donato sviluppa la sua estetica è il mix Roma per la rivista electronique.it, nell’aprile 2013 masterizzato dal suo collega Neel di Voices From The Lake dove saltano all’occhio nomi come Brando Lupi, Leo Anibaldi, Goblin, Lory D. Tra i nomi di influenze estere, uno su tutti troneggia Robert Henke, comunemente conosciuto col progetto Monolake, che mescola ambient e techno col sound design e field recording.
Nel 2013 le sue predisposizioni alla ricerca diventano realtà con la pubblicazione Plays Bee Mask (Spectrum Spools), in cui mixa produzioni di Chris Madak a.k.a Bee Mask. L’uscita genera un gran tam tam tra le riviste specializzate e trova la sua conferma come dj di livello internazionale, ampliando il target degli ascoltatori. Come musicista la conferma era arrivata già nel 2012 col disco Voices From The Lake (Prologue) insieme al collega Neel.
Di quest’ultima annata va ricordata la riedizione di The Aquaplano Session (l’originale è del 2008) con Nuel (altro collega di Donato). Negli anni ha sempre prodotto in collaborazione con altri musicisti come Dino Sabatini, Giorgio Gigli, Exercise One e Peter Van Hoesen. Dozzy si è sempre contraddistinto per i suoi suoni di sintesi mescolati a correnti rumoristiche. Il Nostro delinea sempre fraseggi tellurici che possono svilupparsi ed espandersi fino a diventare un ambiente sonoro – si pensi all’is; le percussioni non si distanziano da uno strato diverso dal tutto noise, bensì si collegano e si sfasano fino a ricostruire slittamenti ritmici. Una delle ultime uscite di Dozzy, Terzo Giorno, è uscito per l’etichetta Stroboscopic Artefacts di Lucy (per cui ha remixato il pezzo The Illusion Of Choice). Il pezzo dell’EP Sotto ma sotto e la title track, mostrano proprio queste transizioni che creano un effetto ipnotico, ossessivo e coinvolgente, con ricordi ancestrali di danze rituali.

Questi artisti sono due esempi di musicisti italiani che hanno saputo fare proprio un ambiente culturale, con le miriadi di influenze del caso, dando una linea estetica ben precisa e un tocco d’autore che raramente si incontra nel mondo della techno.

Riccardo Gorone

Dall’hip hop al Lol rap, evoluzione di un genere

I primi passi della cultura Hip-Hop risalgono ormai ad oltre quarant’anni fa. Nei quattro decenni dalla nascita di questa sottocultura urbana, avvenuta nelle periferie delle grandi metropoli oltreoceano, questo fenomeno si è esteso fino a raggiungere una portata globale, permettendogli infine di passare di grado conquistandosi prepotentemente spazio nella cosiddetta cultura mainstream.
Mentre anche in altri paesi europei, come soprattutto in Francia, si è assistito al successo di artisti nazionali, in Italia il movimento Hip-Hop è rimasto negli anni relegato in un contesto sottoculturale. Escludendo alcuni casi isolati, la maggior parte dei rapper italiani contano ancora oggi su ascoltatori di nicchia e raramente riescono a farsi posto nei gusti del grande pubblico.

Un certo tipo di rap, in Italia, sembra proprio non riuscire a sfondare. Fin dai tempi in cui gli MC italiani degli anni ’90 si ispiravano ai beat della Old School, il rap importato pari-pari “from the ghetto” trova enormi difficoltà a funzionare nel Belpaese.
Sarà che in Italia non abbiamo niente che assomigli abbastanza alle immense periferie industriali americane ed ai problemi di chi le popola, habitat naturale in cui si è assistito alla nascita di questa forma espressiva. Le nostre città in confronto hanno la dimensione di paesoni di provincia, sono luoghi che – per fortuna o purtroppo – nonostante la globalizzazione, sono rimasti fortemente influenzati da dinamiche interne, locali. Culturalmente l’Italia rimane un Paese fondato più sulla sua provincia che sui suoi grandi (si fa per dire) centri urbani industrializzati.

Forse è per questo che gli MC nostrani che scimmiottano i loro corrispettivi anglofoni sembrano immancabilmente andare incontro ad un imbarazzante effetto tragi-comico. Gli italiani hanno preoccupazioni troppo diverse dalle minoranze etniche degli Stati Uniti e la stragrande maggioranza dei nostri artisti underground si sono rivelati incapaci di tradurre quella forma di denuncia sociale in un suo reale corrispettivo italiano.
Ovviamente, nonostante la lentezza con cui l’Italia affronta le trasformazioni del tempo, negli ultimi dieci anni, come altrove ed in ogni campo, Internet ha cambiato tutto.

La rete è servita un po’ come uno specchio per guardarci ed allo stesso tempo guardare gli altri, riflettere e realizzare che aspetto aveva la nostra scena musicale underground e perchè non aveva avuto la stessa sorte che gli era toccata in altri luoghi.
Questo passaggio è forse il punto di svolta fondamentale per l’Hip-Hop italiano, quando i nuovi artisti hanno iniziato ad emergere sul web fondando la loro opera su un principio geniale: “Se non puoi essere il migliore nel fare qualcosa, sìi il migliore nel farla peggio“.
E’ così che possiamo giustificare metafisicamente l’esplosione della scena che oggi, grazie alla rete, è la vera punta di diamante delle attuali tendenze musicali dell’Hip-Hop italiano: il Lol rap.

E’ infatti evidente che, l’impatto sul grande pubblico che hanno avuto e stanno avendo molti fenomeni di internet, è tanto più profondo quanto più il grottesco è esplicitamente voluto ed appassionatamente cercato. Personaggi come Spitty Cash, Truce Baldazzi, Mc Fierly e Bello Figo Gu sono riusciti a fare scuola nell’Hip-Hop italiano molto più di quelli che potremmo chiamare i “puristi”. Il rap del Belpaese sembra quindi aver fatto propria la vocazione di “non prendersi sul serio“.
In questo certamente, siamo avanti, e di molto, rispetto a tutti gli altri Paesi.

Il paradosso è proprio che, oltre ai fenomeni di massa del Lol rap creati da Youtube, attraverso una visione meno pura dell’Hip-Hop raggiunta grazie ad una buona dose di leggerezza ed ironia, dal web sono riusciti a farsi strada anche artisti che tentano di utilizzare l’effetto comico come mezzo attraverso cui comporre opere più ricercate ed artistiche.

E’ il caso dei rapper che tentano di modellare e riproporre l’Hip-Hop partendo dal locale, dalle proprie tradizioni. Gli MC diventano tra i pochi musicisti italiani che tornano ad utilizzare il dialetto. Non solo: diventano in qualche modo eredi di una tradizione popolare, una tradizione che usava rime grottesche per ridere e deridere, sia gli altri che sè stessi.

In questo contesto si muove, per esempio, Millelemmi, rapper fiorentino che attraverso la collaborazione con i migliori musicisti elettronici della città e il suo toscano orgogliosamente sfoggiato, si cimenta in un rap divertente, caratterizzato da un flow molto frammentato ed originale, in Italia molto raro.
Sarebbe in ogni caso riduttivo segregare il rapper fiorentino semplicemente all’interno di un contesto goliardico. Al di là della diffusione virale avuta da “Lampredotto”, Millelemmi è un autore che sà usare molto bene le parole, riesce ad alternare uno stile basso e popolare ad un altro più elegante e letterario, culturalmente forbito e molto poetico.

Dopo tutta la fatica che ha messo a farsi strada nel nostro Paese, magari l’Hip-Hop potrebbe anche rivelarsi, in questa sua nuova forma, uno dei migliori alleati per preservare alcune delle nostre tradizioni che con il tempo stavano perdendo forza.
Sia la bellezza del nostro modo di parlare che il grottesco che ci ha sempre caratterizzati. Quel grottesco tipicamente italiano che, lo si voglia o no, ha sempre ricoperto una importanza centrale nella cultura popolare italiana. E, di tanto in tanto, ci ha anche consegnato capolavori senza tempo.

Roberto Beragnoli, Davide Cannella e Emanuele Nesi