C’è molta più Italia di quello che sembri nell’edizione 2014 del festival di Cannes che prende il via il prossimo 15 maggio. C’è l’Italia che tutto il mondo ci invidia e che noi conserviamo, a volte bene altre in modo pessimo, come fosse un patrimonio dovuto, vedi Uffizi, Pompei e via dicendo.

Ci sono Federico Fellini e Marcello Mastroianni, il primo omaggiato a 20 anni dalla scomparsa (avvenuta in realtà a ottobre del ’93), il secondo preso testimonial, col suo fascino, di quello che ad oggi è il più importante festival di cinema su scala planetaria. In mezzo una madrina, Sophia Loren, che chiude il triangolo alla moviola di un tempo che sembra non essere mai passato, di sogni (quelli felliniani) che scompaiono ad ogni risveglio per poi riemergere nel buio della sala: 8 e ½ , film meta cinematografico, collante fra onirismo e disperazione creativa, rappresenterà il suo autore, Fellini, come sunto di una carriera e di una vita da preservare.

Da 8 e ½ Mastroianni passa soavemente al capolavoro di Vittorio De Sica, Matrimonio all’italiana, restaurato dopo 50 anni, dove incontra la Loren, all’epoca trentenne, ricongiungendosi a lei a non più come lo sciupa femmine Domenico Soriano, ma più come un volto paterno che scruta l’amica di una vita, oggi splendida ottantenne. Al festival perdoniamo di aver usato l’immagine di Marcello Mastroianni per quello che lui ha sempre odiato essere: un affascinante dongiovanni. Mastroianni l’attore, il professionista, veniva sempre prima dell’incantatore, del sex symbol mediterraneo. Lui che con un tic della bocca riusciva a disegnare un personaggio e un mondo (il barone Cefalù di Divorzio all’italiana), era lo stesso paparazzo de La dolce vita, lo stesso antifascista omosessuale de Una giornata particolare: conservare la sua immagine solo in parte significa preservarne il fascino.

L’Italia di oggi che arriva a Cannes, per provare a conquistarla, ha il volto femminile di Alice Rohrwacher, regista de Le meraviglie, opera sulla campagna come luogo di abbandono e intrusione, della figlia d’arte Asia Argento che mette un bel pezzo della sua biografia dentro Incompresa e di Micaela Ramazzotti, protagonista del film di Sebastiano Riso Più buio di mezzanotte assieme a Davide Capone, personaggio che fa del suo essere androgino una croce e una salvezza.

Alice RohrwacherDunque ecco a voi la Cover Story di questo mese, incentrata sugli italiani a Cannes. Non i turisti e nemmeno gli ex poeti, ministri della cultura, portavoce, parlamentare, insomma ex tutto che, fanno sapere gli uffici stampa, non presenzieranno al festival, anche se nessuno li aveva invitati. Il cinema italiano di oggi che prova a tirar su la testa e imporsi là dove è sempre stato accolto con onore e riverenza, provando anche a guardare al di là dell’ostacolo che li separa dal premio, in piedi sulle spalle dei giganti che li hanno preceduti.

L’ultimo ciak di Marcello Mastroianni: homme-objet, homme-patrie

di Gabriele Prosperi

Noi italiani arriviamo in ritardo, è la nostra condanna da sempre: tardano le nostre svolte politiche, anche quando siamo al centro dell’attenzione… persino «quando è l’Europa a chiedercelo»; il nostro momento è sin dall’inizio fuori sincrono, mai scollegato ma sempre spostato; tardiamo nella storia e tardiamo anche nell’arte. Quando anticipiamo “in maniera futurista” in realtà siamo già stati superati da qualcun altro, e le nostre scelte estetiche si affacciano nell’universo culturale con il timido «ci siamo anche noi» che ci ripresenta al mondo come fossimo rinati proprio in quell’istante. E non c’è niente di più italiano che denigrare l’italiano, il nostro modo, la nostra prolissità, la nostra mossa. E spesso a buon ragione! (è italiano anche chi scrive dopotutto)

Ma non c’è nessuno al mondo che, anche se in ritardo, sia capace di arrivare con la nostra “grande bellezza” e con il nostro stile, con quello sguardo che perfora ovunque gli schermi e che racchiude un panorama immenso, devastante e splendido, goliardico e profondo, lo sguardo italiano, la moda, il glamour, la potenza sessuale e la trepidante bramosia intellettuale. In due parole: Marcello Mastroianni.

Mastroianni - Cannes 2014

Un’Italia in miniatura risplende in quello sguardo, quasi fosse un effetto da anime giapponese, uno scintillio folgorante che si muove verso il fuoricampo, verso qualcosa che Marcello sta guardando e che rientra nell’inquadratura completando una sbirciata maliziosa verso qualcosa di proibito, incompleta dietro un paio di occhiali da sole spostati perché la camera è ferma, intravisto e nascosto ma capace di mostrare tutto ciò che in questo poster non si può fotografare.

Cannes ci ringrazia con Marcello Mastroianni, homme-objet nell’affiche ufficiale di questa sessantasettesima edizione , e lo fa con una posatissima e decorosa invidia, malgrado la quasi assenza del nostro cinema contemporaneo nelle sezioni del Festival. E non possiamo che rimanere lusingati di fronte a questa umile dimostrazione.

la grande bellezza

Fuori dal quadro c’è La dolce vita e La grande bellezza ; dentro il quadro c’è Snàporaz nelle vesti di Mastroianni, che recita la parte di Guido Anselmi, a sua volta un alter-ego (di Fellini) in 8 e ½ : un uomo circondato da tutte le donne della sua vita, che lo aspettano oltre la barriera del visibile, lì sulla destra, là dove il dolore e il piacere vengono nascosti dal fuoricampo. Ciò che non si deve vedere ci viene buttato addosso da uno sguardo, e con l’affiche di Hervé Chigioni e Gilles Frappier l’oggetto del desiderio siamo noi: fuori dal quadro c’è l’Italia di Fellini e Antonioni, il Belpaese di Sophia Loren e del boom, l’Italia che sorprende ancora quando tutto è perduto, che rinasce sia immergendosi nella Fontana di Trevi con la “sporca” Anita, sia fuoriuscendo dall’orgia romana delle feste in cui il puro Jep Gambardella è un sovrano che non necessita incoronazione.

Mastroianni è anche Cannes – per due volte Prix d’interprétation masculine (nel 1970 con Dramma della gelosia di Scola, e nel 1987 con Oci Ciornie di Michalkov) – ma soprattutto è l’attore («Esisto solo quando sto lavorando ad un film») che ama quello che fa, con un amore nomade verso il proprio oggetto del desiderio, anche al costo di stare fermo se esso non intende muoversi («Non ho nulla contro Hollywood. Ma i migliori film di oggi sono stati fatti in Italia. Quindi, perché dovrei lasciare Roma?»).

Mastroianni - La dolce vita

Una scelta che ci lusinga tutti, ci riscalda e incoraggia. Se Marcello fosse ancora tra noi oggi starebbe ancora in Italia, chissà… forse. O forse no, sarebbe un fuggitivo insieme a tutti i nostri cervelli verso il resto d’Europa, oppure come tutti i nostri cuori sarebbe anche lui scappato in America. Di certo con un richiamo di questa intensità sarebbe tornato, e noi con lui: Cannes ci fa tornare a casa, ci ricorda che il nostro passato non è mai stato vivo come oggi.

In ritardo ci siamo sempre accorti del nostro cinema, ed è un errore che continuiamo a fare: a Cannes Mastroianni diventa il resto del mondo che ci guarda con sfida e desiderio, che ci vuole prendere come ne La decima vittima , che lotta come Gabriele in Una giornata particolare , che ama le proprie donne come solo Fellini gli ha permesso di amare.

Uno sguardo spostato, fuori dal quadro, asincrono, ricorda a noi italiani, eterni ritardatari, che là fuori, per il mondo, siamo noi la grande bellezza.

Omaggio alla Sophia nazionale

di Teresa Nannucci

Le personalità del cinema italiano sui palchi dei grandi eventi internazionali hanno sempre, volenti o nolenti, lasciato il segno. Se pensiamo ai momenti più toccanti di questa casistica penseremo al “Giulietta, stop crying!” di Fellini e al “Robbertooo!” di Sophia Loren, entrambi pronunciati in occasione degli Oscar. Il Festival di Cannes di quest’anno, dopo il focus sul cinema indiano dell’anno scorso per festeggiare il suo centenario, ha organizzato un omaggio proprio alla coppia Fellini-Mastroianni e a Sophia Loren.

mastroianni loren

Di qualunque fase del cinema italiano si parli, Sophia Loren prima o poi viene nominata. Al di là di opinabili scelte estetiche personali, infatti, potremmo dire che in lei si ritrova un monumento (ahi noi, l’unico ancora vivente) che ha attraversato tutte le grandi fasi del cinema, e della cultura, italiana. Sempre orgogliosa della sua indole mediterranea e delle sue forme misurate e provocanti, la Loren si è imposta fin dal suo debutto nei concorsi di bellezza: ricordiamo che Miss Italia, nella sua prima edizione nel 1950 creò appositamente per lei il titolo di “Miss Eleganza”.

Galeotto fu, probabilmente, l’incontro con il produttore Carlo Ponti che le aprì le porte del cinema italiano nell’epoca della commedia all’italiana e dei grandi nomi dietro la macchina da presa; non importa comunque dire che quello sguardo caldo e ammaliante non avrebbe avuto bisogno di nessun aiuto per diventare il simbolo di un cinema che fu. Dalla carriera italiana di Pane, amore e… e La ciociara, a quella d’oltreoceano al fianco di Cary Grant e John Wayne, Sophia Loren si è imposta nell’immaginario globale come una bellezza statuaria e indiscutibile, che il tempo ha difficilmente scalfito.

La cociara

Ripercorrere una filmografia prolifica come la sua pone davanti a problemi storici, cinematografici e di spazio. Forse non tutti sanno che proprio lei è la protagonista del primo film italiano girato in Techniscope, Ieri, oggi e domani di Vittorio de Sica, le cui immagini entrano nei manuali di storia del cinema, imponendo ancora una volta la sensualità mai esagerata di Sophia Loren. Ci sono alcuni momenti però che sono entrati di diritto nella storia del cinema e non solo: oltre alla già citata consegna dell’Oscar a Roberto Benigni nel 1999, c’è lo zampino della Sophia nazionale anche dietro l’altra consegna citata in precedenza. Nel 1993 fu infatti proprio lei, insieme a Marcello Mastroianni, a consegnare l’Oscar alla carriera a Federico Fellini: ecco dunque che si chiude il cerchio. Il Festival di Cannes, nella sua 67^ edizione, ha deciso di compiere un percorso all’interno di quel cinema italiano che ha saputo imporsi sulla scena globale, pur senza segnare punti di rottura netti con la tradizione più classica.

Palma d’oro e canone italiano

di Leonardo Cabrini

Se ricapitoliamo la lista delle Palme D’Oro e ci soffermiamo sui titoli italiani, potremo notare la prevedibile concordanza tra premi vinti e canone nazionale. Tutti i dodici film che hanno vinto a Cannes appartengono, in un modo o nell’altro, a quel corpus di opere considerate necessarie per una conoscenza adeguata della storia del cinema italiano.
Non ci interessa qui scomodare le complesse modalità con cui un’istituzione costruisce un canone, ma semplicemente adoperare la storia del Festival di Cannes quale pretesto per misurare la fortuna critica del nostro cinema. Se dunque confrontiamo la lista dei film premiati con quelle redatte dai più autorevoli indicatori del canone nazionale – dai 100 film italiani da salvare al recente volume Il grande cinema italiano di Roy Menarini (Atlante, Bologna, 2012) – ne notiamo l’assoluta corrispondenza (salvo pochissime necessarie esclusioni quando l’elenco di riferimento è ridotto all’osso).
Ad ogni modo, anche senza consultare alcunché, ci basta scorrere i titoli per constatare che si tratta di film che abbiamo visto, studiato o di cui, comunque, abbiamo sentito ampiamente parlare. Vediamoli.

Nel 1946, in uno totale spirito pacificatore post-bellico, vennero premiati undici film relativi ad altrettante differenti nazionalità. Per quanto riguarda l’Italia il Grand Prix du Festival International du Film – l’allora nome del premio principale – venne assegnato niente meno che a Roma città aperta di Roberto Rossellini. Ne proponiamo un trailer relativo alla versione restaurata dalla Cineteca di Bologna.

1951: ex aequo con La notte del piacere di Alf Sjöberg, Miracolo a Milano di Vittorio De Sica vince il premio. Qui una delle sequenze più celebri.

1952: a pari merito con il celebre Otello di Orson Welles, Renato Castellani trionfa con Due soldi di speranza.

Nel 1960 viene premiato il film che più rappresenta il canone italiano: La dolce vita di Fellini.

Nel 1962 è Visconti con Il Gattopardo a trionfare.

Tre anni dopo, nel 1966, ex aequo con Un uomo, una donna di Claude Lelouch, vince Pietro Germi con Signore & signori.

L’anno dopo, nel 1967, è una vittoria italo-inglese con il Blow-Up di Michelangelo Antonioni.

E’ una parità tutta italiana, quella relativa all’edizione del 1972. Il cinema politico trionfa con La classe operaia va in paradiso di Elio Petri e Il caso Mattei di Francesco Rosi

Nel 1977 sono i fratelli Taviani a ricevere la Palma d’oro con il celebre Padre Padrone.

L’anno dopo, il 1978, vedrà vincente Ermanno Olmi con L’albero degli zoccoli.

Dopo un arco di tempo durato ventitré anni, nel 2001 Nanni Moretti trionfa con La stanza del figlio. E’ ad oggi l’ultima Palma d’oro vinta da un film italiano.

Dodici film per dodici scene madri, tutti entrati negli annali. Una lista di vittorie che può tranquillamente fungere da piccolo bignami per uno studio (anche se frettoloso) del cinema italiano.
C’è dentro tutto quello che serve: dal neorealismo al neorealismo rosa, dal film d’autore alla commedia all’italiana, dal cinema politico al film d’inchiesta.
Peccato che “quello che serve” è, salvo il caso de La stanza del figlio, tutto concentrato in quel trentennio che va dal dopoguerra agli anni ’70. Dopodiché vedremo un altro cinema: “Il più brutto del mondo” (P. Bertetto).
Senza spingerci a volere analizzare le relazioni tra premi internazionali e canone nazionale, possiamo tuttavia considerare l’importanza – più o meno fortuita – del Festival di Cannes nel indicare quello che rappresenta l’esportabilità del cinema italiano.
Tali prodotti tuttavia – i più studiati nei dipartimenti di italianistica all’estero – non bastano da soli a rappresentare una cultura che non si ferma al neorealismo o al grande film d’autore. Magari sarebbe interessante discostarsi, almeno parzialmente, dallo scoglio del canone e riscoprire un cinema nazionale in qualcosa d’altro che non sia limitato ad una, fin troppo inflazionata, età dell’oro.