Inauguriamo dunque la prima cover story di CarnageNews con un approfondimento su quello che sarà il volto di un premio sempre più epocale che non di rado riesce, in mezzo allo sfarzo e al glamour, anche a veicolare un preciso messaggio di cosa sia il cinema visto dall’America.

A scorrere i 9 titoli in corsa per il miglior film si delinea un’immagine ben precisa dell’uomo contemporaneo, declinata in un passato-presente-futuro che permette collegamenti e letture aggiornate di eventi collocati in epoche distanti rispetto alla nostra. L’uomo, inteso senza valenze di genere ma come unità minima dell’umanità, è un soggetto solo, isolato, alla disperata ricerca di un posto (o di un ritorno ) nella collettività.
Che si tratti di Solomon Northup (12 anni schiavo) o di Theodore (Her) o di Woody Grant (Nebraska) siamo sempre e comunque di fronte ad un mondo che isola più o meno violentemente l’individuo, ad un’ uomo scollegato dal mondo: l’unica differenze fra i vari casi è la consapevolezza di questo distacco.

Se Theodore abita coscientemente un futuro a noi prossimo dove il l’individuo è portato ad avere rapporti al massimo con una persona alla volta, essendo costantemente collegato col sistema operativo che regola la sua vita, Woody è invece un asteroide impazzito che non ascolta gli allarmi attorno a se e punta dritto verso l’unico bersaglio che sembra essergli rimasto, mentre Solomon viene strappato di forza dalla quotidianità e gettato in un lurido anfratto di ignoranza.

Il discorso si può benissimo allargare alla dottoressa Ryan Stone (Gravity) che fluttua in solitaria nello spazio, affiancata solo da ricordi, allucinazioni e materiale non organico o a Philomena Lee (Philomena), abbandonata nel suo dolore da un’istituzione rigida che tenta di impedirle fino all’ultimo di fare pace con i fantasmi del suo passato.

A ben vedere anche titoli che all’apparenza presentano un individuo calato completamente nel tessuto sociale ed economico del suo tempo, non nascondono una visione personalistica del soggetto che si eleva, e quindi si stacca, dalla medietà dilagante. La parabola mai discendente di Jordan Belfort, astuto affarista protagonista di The wolf of Wall Street , così come la discesa inesorabile di Ron Woodroof (Dallas Buyers Club) sono due correnti alternate generate dalla medesima fonte ma che riconducono inesorabilmente ad una volontà di elevare l’individuo al di sopra del contingente. Entrambi hanno un ego marcato, entrambi sono maschi alfa, entrambi operano per necessità personali; che si tratti di dare lavoro o medicine a centinaia di persone, non possono mai nascondere la loro ritrosia a mischiarsi completamente con chi gli sta attorno: il loro è un percorso preciso che ha la loro persona come centro focale e questi due film, non a caso, si basano quasi esclusivamente sulla loro presenza.

Dunque il cinema americano quest’anno sembra aver lasciato un attimo da parte le grandi storie corali come Argo, The tree of life,The artist, che al movimento del protagonista facevano seguire un movimento di mondo: il sistema dell’intelligence americana, la genesi e l’evoluzione della civiltà, il cinema stesso.

Sintomo di tempi dove la collettività si sta sublimando sempre più in senso virtuale, dove l’individuo è in grado emergere con facilità ma altrettanto facilmente può sentirsi solo, isolato, in un sistema complesso di idee e stimoli ultra veloci. Convinti di aver colto realtà, l’istante successivo ci ritroviamo a dover fare i conti con un’altra realtà che ha sostituito o integrato quella precedente, complicando non poco il lavoro di creazione di una coscienza critica nell’individuo che non sia un semplice accumulo di informazioni.

Agli Oscar di quest’anno andrà in scena la solitudine dell’uomo contemporaneo, soggetto sempre più indefinito, sempre più strano e particolare. Forse è per questo che la sfida per il miglior attore protagonista sarà una delle più agguerrite e belle di sempre. Uomini soli ma incredibilmente evocativi.

Negli articoli seguenti troverete tre interventi che faranno felici sia i curiosi che i cinefili più appassionati. Nel primo Luisa Lenzi ripercorrerà alcuni dei momenti più belli e divertenti delle premiazioni più recenti, da Jennifer Lawrence al nostro Roberto Benigni; nel secondo Teresa Nannucci omaggerà i grandi ‘secondi’ degli Academy, film importantissimi che però non sono riusciti ad aggiudicarsi la statuetta; nel terzo e ultimo contributo Leonardo Cabrini parlerà di due giovani outsiders come Jonah Hill e Amy Adams.

Enjoy the Oscar’s!

And the Oscar goes to… quando il discorso di premiazione resta memorabile.

L’acceptance speech è sempre uno dei momenti più attesi – insieme agli abiti e al red carpet – nella cerimonia dell’Academy Awards. Negli anni abbiamo assistito ad alcuni momenti degni di nota, memorabili e divertenti. In questa settimana di avvicinamento all’Oscar 2014 ripercorriamo i migliori degli ultimi 10 anni, con qualche menzione speciale. Non farò una classifica perché ogni speech è unico nel suo genere e nel suo momento storico.

Partiamo dal più recente sia in ordine di tempo che di età della vincitrice: 2013, Jennifer Lawrence. La sua caduta, mentre saliva le scale del Kodak Theatre, ha aggiunto simpatia e naturalezza al discorso emozionato della 22enne, la seconda più giovane vincitrice di un Oscar: “Mi state facendo una standing ovation perché state male per me perché sono caduta e questo è davvero imbarazzante”.

Discorso numero due, quello di una tenerissima ed emozionata Natalie Portman, che ritirò l’Oscar per il Cigno Nero nel 2011 incinta di 8 mesi. Ringraziamenti doverosi a tutte le persone più importanti della sua vita e lacrime di ordinanza.

Leggermente fuori anno (era il 2003) ma altrettanto memorabili, i discorsi di Adrien Brody, miglior attore protagonista per Il Pianista e di quel buontempone di Michael Moore, miglior documentario per Bowling a Columbine. Premiato da Halle Berry, l’arrivo sul palco del felicissimo Brody fu incontenibile con tanto di bacio sulla bocca alla lusingata Halle. In platea tra gli spettatori divertiti e che applaudono sorridenti vediamo Jack Nicholson, Nicolas Cage, Harrison Ford e Richard Gere. Michael Moore invece portò sul palco moglie e tutta la crew.

Andiamo in Francia, stato della prossima vincitrice. Era il 2007 quando Marion Cotillard vinse per la sua incredibile interpretazione di Edith Piaf in La Vie En Rose. Sale sul palco con le mani alla bocca dall’emozione, abbraccia commossa Forest Whitaker e ringrazia tutti e tutto: “Thank you life, thank you love. It is true, there are some angels in this city!”

2009. A premiare la migliore attrice protagonista, sulle note del theme di Via col Vento e davanti alla platea in standig ovation, entrano Marion Cotillard, Nicole Kidman, Halle Berry (prima donna di colore ad aver vinto l’Oscar), Shirley MacLaine e Sophia Loren, anche loro in passato splendide vincitrici. Ognuna di loro introduce una candidata e la vincitrice Kate Winslet che con voce commossa ricorda quando a 8 anni, con una bottiglia di shampoo a mo’ di statuetta, si preparava a questo discorso.

Altra donna l’anno dopo: Sandra Bullock nel 2010 vince per The Blind Side. Autoironica ed emozionata esordisce con “L’ho meritato davvero o vi ho sfinito?” poi ringrazia le candidate in corsa con lei, Meryl Streep, a cui dette un bacio in bocca durante i Critics’ Choice Movie Award (“Mel, sei una baciatrice da paura”) e tutti quelli che fino a quel momento l’hanno criticata, sono stati cattivi con lei e via dicendo, ricordando il tema del film per cui è stata premiata: “Non c’è razza, né religione, né classe sociale, né colore, niente, né orientamento sessuale, che renda noi migliori di qualcun altro. Siamo tutti degni d’amore”

E’ invece dello scorso anno il discorso di Ben Affleck, miglior film per Argo. Presentato niente popò di meno che dalla first lady Michelle Obama, Ben sale sul palco con George Clooney e Grant Heslov, produttori del film. Il discorso di Affleck, per quanto lineare è ugualmente commovente. E’ un po’ un ricapitolo sulla sua carriera e vita, ricordando il successo di 15 anni prima (con l’amico Matt Damon per Will Hunting), la caduta agli inferi, per tornare alla ribalta, inaspettatamente, con gioia.

Menzioni speciale anzi specialissime per le 18 candidature di Meryl Streep e la vittoria, la terza, nel 2012 per The Iron Lady (in tutti i sensi) e per l’indimenticato urlo di Sophia Loren quando premiò Benigni (“And the Oscar goes to…Robberto!!”) che nel 1999 vinse anche come migliore attore protagonista. La sua reazione ce la ricordiamo tutti, fu mitica, camminando sulle poltroncine sorretto dai colleghi e facendo gli scalini del palco a saltelli. Il tutto sulle note della colonna sonora de La Vita è Bella. Il suo discorso in un inglese maccheronico fu divertente e sincero. Trattenere le lacrime, ancora oggi, è impossibile.

Luisa Lenzi

C’è chi vince e c’è chi perde

Duelli all’ultimo sangue per aggiudicarsi una statuetta sono all’ordine del giorno in occasioni come questa. Senza andare troppo indietro nel tempo, a partire dal 2000, ci sono stati numerosi casi in cui si è gridato allo scandalo per premi rubati e battaglie tutte giocate su strategie di distribuzione. A tal proposito potremo ricordare il caso del 2011 quando, per favorire la corsa alla statuetta di Inception, Shutter Island fu distribuito nelle sale poco dopo la cerimonia dell’anno precedente. Metodo comodo e veloce per tagliare un film fuori dai giochi.

Guardando alle principali categorie premiate, ecco alcuni dei casi più lampanti e dibattuti.











Miglior film

Correva l’anno 2003 quando Chicago diretto da Rob Marshall soffiava l’Oscar a Gangs of New York e Il pianista: inutile dire che in molti si indignarono e difesero le opere di Scorsese e Polanski.

Caso diverso è quello del 2005, che ha visto contrapporsi due film di alto livello. Alla fine la sfida tra Million Dollar Baby e The Aviator è stata vinta dal regista “dagli occhi di ghiaccio”. Scorsese accusa il colpo e uscirà perdente contro lo stesso film anche nella categoria registica. Questo tipo di scontro tra titani si è amplificato l’anno scorso, vedendo Argo di Ben Affleck avere la meglio su Django Unchained, Zero Dark Thirty, Amour, Re della terra selvaggia.

Ma è il 2010 l’anno più discusso. Sia in questa categoria che come miglior regista, è stata la Bigelow a vincere, con The Hurt Locker, battendo al fotofinish non solo l’ex marito James Cameron e il suo Avatar, ma anche Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino e Precious di Lee Daniels.

Miglior regia

Questa è la categoria storicamente più dibattuta e forse la più opinabile e anche negli ultimi anni molte “teste di serie” si sono visti contrapposti in scontri al limite dell’impossibile: Ron Howard contro David Lynch (rispettivamente con A beautiful mind e Mulholland Drive) nel 2002, con il trionfo del primo, pone di fronte alle contraddizioni di un premio tanto universale quanto controverso.

L’edizione su cui è più complicato esprimersi è quella del 2006. Il vincitore fu Ang Lee con Brokeback Mountain e fin qui tutto ok. Peccato però che a farne le spese siano stati Bennett Miller con Truman Capote: A sangue freddo, Paul Haggis con Crash – Contatto fisico, Steven Spielberg con Munich, George Clooney con Good night and good luck.

Anche qui comunque Scorsese non ha perso occasione per farsi battere: l’episodio più recente è il suo Hugo Cabret stracciato da Michel Hazanavicius per The Artist.

Miglior attore/attrice

Il reparto attori pare dividersi nettamente riguardo al sesso della categoria, nel senso che, mentre tra gli uomini sono tantissimi i casi di “furto” o comunque di acceso dibattito, nel caso delle donne gli scontri sono sempre stati più moderati.

Sul versante maschile si possono elencare le edizioni del 2002 e del 2010 vinte rispettivamente da Denzel Washington con Training Day (su Russel Crowe con A Beautiful Mind e Sean Penn con Mi chiamo Sam) e da Jeff Bridges con Crazy Heart (su Colin Firth con A single man e Morgan Freeman con Invictus).

L’annata più combattuta è stata probabilmente il 2005, quando Jamie Foxx ha vinto con la sua interpretazione in Ray, battendo performance del calibro di Don Cheadle in Hotel Rwanda, Leonardo Di Caprio in The Aviator (Scorsese ringrazia ancora una volta) e Clint Eastwood in Million Dollar Baby.

Tra i più premiati della storia della categoria c’è anche Daniel Day-Lewis, vincitore nel 2013 per Lincoln. A testa bassa escono perdenti Bradley Cooper per Il lato positivo e Joaquin Phoenix per The Master.

Sul versante femminile invece le cose sono state meno combattute. Tra le premiazioni più opinabili potremmo citare quella del 2005 di Hilary Swank per Million Dollar Baby (sì, quel film ha vinto praticamente tutto in quell’anno), che vinse sulla Kate Winslet di Se mi lasci ti cancello, e quella del 2013 di Jennifer Lawrence per Il lato positivo sulla Jessica Chastain di Zero Dark Thirty.

Teresa Nannucci

Il grassone e la MILF. Jonah Hill e Amy Adams agli Oscar.

Prendi un grassone disadattato, uno di quelli che a vederlo non diresti mai possa avere una minima chance con qualche ragazza. Persino Steve Carrell, vergine a 40 anni, a confronto sembra terribilmente cool, e pensi che a questo strambo attore, se andrà bene, verranno assegnate le classiche parti del caratterista.

Prendi invece una biondina dalla bellezza diafana. E’ il personaggio secondario di una black comedy – con Kirsten Dunst protagonista – ambientata nel mondo dei concorsi di bellezza. E’ la classica ochetta giuliva, un po’ promiscua, svampita e pure un po’ stupida. La sintesi dello stereotipo. Eppure, lo vediamo, l’attrice nel ruolo è terribilmente fuori parte.

Sono gli esordi di Jonah Hill e Amy Adams: due personalità che rappresentano le opposizioni speculari del divismo contemporaneo. Se il primo è entrato alla ribalta come immagine di un disagio fisico al quale si spera venga elargita un’opportunità di riscatto, la seconda rappresenta il più classico oggetto del desiderio da cui noi – che siamo un po’ dei Jonah – saremo sempre preventivamente esclusi.
Due visioni, in buona sostanza, inconciliabili. Da dove partire dunque? Dalla commedia of course.
Dopo qualche prova in ruoli secondari, Jonah Hill diviene uno dei volti più famosi del celebre ipertesto Apatow: quel pool di personaggi – tutti rigorosamente maschi – la cui semplice presenza rimanda ad quel marchio specifico. E’ con Suxbad che lo vediamo finalmente in un ruolo da protagonista. E’ il volto della speranza di una teen comedy per chi non è più teen (ma vorrebbe esserlo!). Un personaggio che – in un costante sottofondo di immaginari porno – riesce a sovvertire il proprio immutabile destino all’eterna masturbazione riuscendo pure a quagliare (peraltro con Emma Stone!).

All’opposto Amy Adams la vediamo in Julie & Julia, un classicissimo prodotto scritto e diretto dalla più celebre esponente della commedia in rosa: Nora Ephron. Lei è Julie Powell, una quasi trentenne, autrice di un blog di cucina, che si ritrova a dover dirimere un confronto generazionale con Julia (Meryl Streep), una cuoca americana espatriata in Francia che negli anni ’50 scrisse un celebre libro di ricette. E’ chiaro che si tratta di un confronto totalmente al femminile, che supera le barriere della finzione e diviene scontro attoriale. Gli uomini, relegati ai margini, una volta tanto guardano e basta.

Peccato che la naturalezza un po’ acqua e sapone del film non regga pienamente il processo di naturale abbellimento che la macchina hollywoodiana ricrea. Amy Adams è un sex symbol, non ci sono storie. Ed è inutile che cerchiamo di rappresentarla nelle vesti della fidanzata rompiballe (The Fighter), della brillante donna in carriera (Di nuovo in gioco) o della vicina di casa slavata (Her). La Adams riesce perfettamente nel personaggio di Sydney Prosser di American Hustler: la vagina dentata che riesce a mettere in subbuglio qualsivoglia manifestazione testosteronica in agguato. Si tratti del carismatico truffatore Irving Rosenfeld (Christian Bale), dell’inflessibile agente FBI Richie DiMaso (Bradley Cooper) o del povero spettatore.

Allo stesso modo, possiamo pure regalare una fidanzata carina a Jonah Hill (In viaggio con una rockstar), possiamo farlo dimagrire e accostarlo a Channing Tatum (21 Jump Street). Ma rimarrà sempre un cazzone disadattato, talmente fallito da venir dipinto come il più meschino del Team Apatow, pieno di un risentimento senza speranze nel capolavoro Facciamola finita. Eppure è proprio il disagio di essere un maschio brutto e impacciato a determinare la verve di un prodotto come The Wolf of Wall Street. Senza Jonah Hill e la sua debordanza imbarazzata e costantemente fuori luogo, il film di Scorsese non sarebbe altrettanto riuscito.

Due attori agli antipodi. Due personalità che si completano nel marasma della Hollywood contemporanea. Jonah Hill – endemico non protagonista – costretto come noi spettatori a guardare e non toccare. Viceversa la Milf, Amy Adams, oggetto desiderato in un cinema che – almeno nel suo sguardo maschile – non riesce a perdere di classicità. Che dire? Speriamo che vincano.

Leonardo Cabrini