Cinema

Cinema italiano: un miliardo e 200mila euro di bellezza

L’inchiesta di Report sul cinema italiano solleva problemi sommersi, ormai accettati come normalità, ma partendo da una premessa sbagliata.

“Abbiamo finanziato negli ultimi 5 anni il cinema italiano per un miliardo e 200 milioni di euro. Dovremmo vedere sempre film bellissimi. Purtroppo, salvo rare eccezioni, non è così.”

Ripetete questa frase tre volte davanti allo specchio per evocare Banalot, il demone a guardia del girone dei contabili, che il 17 aprile si è impossessato dello studio di Report per quello che doveva essere il servizio definitivo sul “sistema cinema” in Italia: “Che spettacolo!”

Cosa per certi versi vera, se si pensa all’approfondimento sul gioco delle tre carte denominato tax credit (più esterna che interna in realtà), ma che comunque parte da una premessa dolorosa e dannosa.

Dolorosa perché dispiace dover argomentare, di nuovo, che i soldi non fanno la felicità, figurarsi i bei film, non fosse altro per l’impossibilità di conoscere, a monte, il valore di un’opera e l’impatto sul pubblico. Altrimenti basterebbe inserire le parole giuste in un archivio di inquadrature possibili e lasciare tutto nelle mani di un algoritmo, come si suggerisce nello stesso servizio presentando il primo trailer montato da un’intelligenza artificiale.

Che bello. Scusate, non riesco a trattenere l’entusiasmo.

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Dannosa perché fa passare come una cifra esorbitante 1.2 miliardi di euro spalmati su tutto il cinema italiano in 5 anni attivando al contempo il solito cortocircuito nodale per cui “quei soldi sono anche miei e quindi voglio vedere solo cose bellissime”.

Ma dove sono queste persone quando la bellezza si presenta in modo inequivocabile?

Bella e perduta di Pietro Marcello ha incassato 100mila euro a fronte di un budget di 470mila (fonte Imdb) ed è forse il film italiano più bello degli ultimi 5 anni.

Non essere cattivo di Claudio Caligari è costato 1.3 milioni, ne incassati meno della metà, ed è forse il secondo film italiano più bello degli ultimi 5 anni.

Insomma, chi può arrogarsi il diritto di parlare di bellezza se ad essere consapevoli della materia in esame sono sempre i soliti cinefili incalliti, diventati nel tempo speleologi a forza di seguire le logiche della distribuzione? Il cinema italiano che riesce ad avere una distribuzione in sala, se si escludono Zalone (ormai assurto a personaggio leggendario) e qualche strappo felicemente accolto dal pubblico come Perfetti sconosciuti o Lo chiamavano Jeeg Robot, è un insieme caotico dove opere luminose convivono con prodotti al limite dell’amatorialità, dividendosi una fetta di pubblico sempre più misera (come ricorda Filippo Mazzarella su Film Tv nel Mullholland Drive n°22/2016 citando tutti i titoli usciti e non visti).

Da tre anni dirigo il festival Presente Italiano a Pistoia, interamente incentrato sulla produzione nazionale e se c’è una cosa che ho capito è che il pubblico italiano non sa cosa aspettarsi dal suo cinema: La buona uscita, Antonia, N-Capace, Senza lasciare traccia, Dustur, Hungry Hearts, solo per citarne alcuni, sono stati accolti con lo stupore e il sollievo di chi finalmente scorge un sentiero nella fitta boscaglia. E allora, prima di giudicare, bisognerebbe allenare lo spirito, passare attraverso cocenti delusioni prima di scoprire qualche tesoro, preparasi al peggio per godersi il meglio.

Il cinema italiano di oggi è un progetto per il futuro, per la ricostruzione di una fucina di artigiani (di autori ne abbiamo in eccesso) e di un pubblico che ne sappia giudicare, con consapevolezza, le capacità espressive.

Pensare che il successo di questa scommessa sul lungo periodo passi in particolare attraverso i soldi vuol dire arrendersi in partenza, scegliere di non scegliere per poter continuare a parlare del cinema italiano senza sapere cosa sia, ché tanto nessuno potrà contraddirci.

Michele Galardini