Editoriali

Charlie Hebdo: come cambia l’occhio che racconta la tragedia

Com’è cambiato il modo di raccontare attraverso le immagini: dall’11 settembre alla strage di Charlie Hebdo.

Per la prima volta i giovani occidentali hanno capito cosa vuol dire avere il terrorismo in casa. Frase che riassume un passaggio forzato, quello dall’adolescenza all’età della critica, rischiando di dimenticare che prima dell’assalto a Charlie Hebdo l’Europa era già stata colpita al cuore prima a Londra e poi a Madrid.

Ma quanto accaduto fra il 7 e il 9 gennaio a Parigi trascende la logica dell’attentato singolo, della bomba, del sacrificio per un dio che, comunque lo vogliate chiamare, non ha assolutamente niente a che fare con la follia degli uomini. I giovani che già da ora vengono chiamati ‘generazione Charlie’ non sono solo quelli che, affacciandosi dal balcone di casa, hanno visto per strada stuoli di professionisti in nero armati fino ai denti, prepararsi all’assalto o che, peggio ancora, hanno temuto per ore per la vita dei propri cari. Della generazione Charlie fanno parte gli studenti di tutto il mondo che hanno seguito la diretta sugli smartphone, magari nascondendolo durante le ore di lezione, che alla prima pausa hanno cercato notizie, incrociato dati e che, arrivati a casa, hanno tenuta accesa la tv senza per forza essere sempre piantati di fronte allo schermo, che fra un gioco e l’altro sui tablet hanno trovato il tempo di capire che fra i fratelli Kouachi e l’altra coppia di terroristi barricatisi nel supermercato kosher esisteva un legame di sangue (inteso come morte, non come parentela).

Dunque possiamo dire che ad aver caratterizzato questa pagina tragica di storia contemporanea sia stata l’immagine, o meglio, il montaggio di sequenze in un lungo piano drammatico. Per capire di cosa si tratta bisogna iniziare mettendo a contrasto l’insieme di immagini di Charlie Hebdo con le riprese per lo più fisse del crollo delle Torri Gemelle. Dal crollo verticale ripreso da angolazioni differenti ma tutte in long take, si passa dunque ad un montaggio in split screen che accoglie, contemporaneamente, la cronaca di due luoghi di scontro e la diretta dallo studio televisivo.

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L’informazione diventa multitasking e l’immagine si adegua. Nella diretta viene privilegiato il piano sequenza, strumento d’eccellenza per l’horror laddove il mostro è pronto a scattar fuori dall’oscurità dopo un silenzio prolungato: il montaggio serve solo a dare il ritmo degli interventi in studio. La camera è comunque statica, per necessità, e fin qui niente di nuovo rispetto alla fissità verticale degli attentati dell’11 settembre. Tutto cambia nelle ore e nei giorni successivi all’uccisione degli attentatori con la proliferazione di filmati amatoriali, riprese in camera-swat e documenti prodotti dagli stessi fanatici. L’immagine, che fino al momento della doppia irruzione delle squadre speciali al limite poteva zoomare, ora diventa un collage di movimenti, ibridazione di supporti, strumento la cui temporalità può essere fermata, ripetuta all’infinito (è il caso del poliziotto Ahmed freddato in strada) o mandata avanti velocemente.

Inquieta e non poco che gli stessi terroristi abbiano deciso di uscire all’aria aperta con le loro immagini, non più chiuse fra quattro mura di cemento, una bandiera e un fucile sullo sfondo, ed è proprio questo che, in ultima analisi, spaventa e separa l’esperienza traumatica del World Trade Center con la strage di Parigi: l’immagine entra nel conflitto per veicolarlo a più persone possibili. Non siamo più di fronte ad un’unica sequenza, scomposta in angolazioni statiche, un unico grande colpo al cuore dell’Occidente, bensì, senza nemmeno accorgercene, viaggiamo dentro un’immagine-drone che, a seconda delle necessità, sta ferma, si alza in volo, scatta una foto, ruota attorno all’oggetto, si insinua, cade e, da ultimo, viene fatta prigioniera.

Mentre la generazione 11 settembre ha assistito all’attacco da un unico dispositivo e con un’unica immagine, pur da luoghi diversi del globo, i giovani della generazione Charlie hanno prodotto, ognuno a suo modo, un montaggio ideale di quanto accaduto, mettendo assieme elementi cross-mediali di sequenze eterogenee. Se questa possibilità data ad ognuno di essere regista del suo film sull’attentato  andrà a discapito di quella memoria comune che unisce tutt’ora gli spettatori dell’11 settembre, lo sapremo solo tra una decina di anni. L’unica certezza è che alcune immagini comuni siano così forti da impedire la dispersione e l’eccessivo relativismo, come lo sguardo inquadrato dentro gli occhiali, del direttore Charb, portato in corteo per le vie di Parigi.  Non smetteremo di guardarvi.

Michele Galardini