musica: recensioni

Carlos Casas – Pyramid Of Skulls (Discrepant, 2017)

Esiste un termine che riassume un’intera costellazione di concetti accostabili a seconda della disciplina da cui vengono investiti: liminale, una soglia, una zona grigia, una linea di demarcazione, un passaggio da uno stato ad un altro. Un rito di iniziazione, per esempio, la liminalità è nella fase di transizione in questo rito di passaggio. Può… Read more »

3mmCover_OPTI [Converted]Esiste un termine che riassume un’intera costellazione di concetti accostabili a seconda della disciplina da cui vengono investiti: liminale, una soglia, una zona grigia, una linea di demarcazione, un passaggio da uno stato ad un altro. Un rito di iniziazione, per esempio, la liminalità è nella fase di transizione in questo rito di passaggio. Può essere qualunque fenomeno sociale, come anche il matrimonio che è un rito di passaggio da uno stato ad un altro. Con questo disco di Carlos Casas, siamo nella piena liminalità, presa in senso dinamico e presa in senso statico (come un continuo passaggio di stati e come anche il continuo permanere sul limite, sul confine tra i vari stati. Questo concetto è, a mio avviso, necessario per poter capire questo disco ad opera del regista e artista del suono Carlos Casas che in un unico esperimento di field recording unisce passato, presente e futuro. E non è nemeno casuale che il suo campo d’opera sia proprio il field recording, altra immagine del suono come limite, come area, come luogo con dei propri confini (field), precisamente nel Tajikistan.
 Le registrazioni della musica di Nikolai Fedorov (la cui credenza nella culla dell’umanità fondata dal popolo Pamir con la sua piramide di teschi che custodisce i segreti dell’origine dell’uomo) prendono a piene mani dalla tradizione dei miti asiatici. Per i cinesi, gli indiani e i semiti, la credenza delle regioni centrali dell’Asia come Tetto del mondo, è un buon viatico per poter interpretare e dare inizio al piano di resurrezione dell’uomo. Quattro lunghe tracce suddividono il doppio disco, ognuna con un tema centrale ed un contesto di fondo. La prima traccia è AVESTA che segue come flusso elementi di suoni del vento con ululati di cani e di lupi. Aumentando il vento, si confondono i suoni degli uccelli in lontananza, preghiere di un funerale in lingua Bartangi, un camino e il suono di un mulino che diventa un drone in bassa tonalità che suona già come un loop, che ritornerà una volta riapparsa la voce della signora, la tv che trasmette il film L’Orso in lingua Farsi. Il loop si interromperà di netto, quasi a presentare il pezzo come documento, frammenti di testimonianza di storicità, e non istorialità, ben oltre la linea cronologica. Si fa beffa del vero concetto di testimonianza, essendo perfettamente testimone unico del proprio evento, cosa che a noi resterà come scartafaccio (una finzione come insegna il nostro Manzoni, e per questo perfettamente credibile).
 La traccia successiva è Triune God, che sorge con il rumore dell’acqua che scorre sul letto del fiume e con il canto femminile Dargillik, Lallaik che si confonderà poi con intrusioni (nel vero senso della parola) elettroniche che si rivelano perfettamente contestualizzate nello sviluppo sonoro. Qui è un altro caso liminale, un po’ come quello splendido esperimento estremo di Pit Piccinelli, Amazonia, in cui l’elettronica emulava il reale, cultura che imita natura, confondendo i sensi. Qui in Pyramids of Skulls, le sorgenti si confondono e si accostano come nel caso di una ninnananna cantata e ripresa in field recording, il suono di una daf, la culla che dondola ritmicamente e droni ritmici, estremamente saturati, a bassissima frequenza che camminano a fianco di questa ninnananna che sprofonderà in sonorità
La seconda parte del disco, costituito da altri due lati di LP, si divide in due brani: Siponj Variations e Dargilik Variations, nel cuore del Medio Oriente attraverso intereferenze elettroniche e pulsazioni ancestrali.

Pyramids of Skulls è un disco che riesce ad abbracciare “gusto e onore di cronaca”, dovere stilistico e un approccio ultrastorico che rende il disco magico, plausibile, complesso, a più letture, che da’ molte possibilità all’orecchio, molte alla lingua (quasi morta), ancor di più alla memoria, ad una memoria capace di inventare, che ritualizza anche ciò che potrebbe non esserci ricordandoci sempre che ciò che scompare nel mito, è sempre capace di riaffiorare come attualità metodologica. Uno dei dischi più completi e originali di questo 2017 inoltrato.

Riccardo Gorone