Cinema

Cannes 70: “Wonderstruck” di Todd Haynes

Non una ricerca stilistica a cui Todd Haynes ci aveva abituato, bensì una furbata mal riuscita.

1977. Un bambino colpito da un fulmine perde l’udito. Trovato un biglietto che possa portarlo al padre scomparso si mette alla sua ricerca.

1927. Una bambina scappa da casa per cercare la madre, attrice di teatro di cui conserva e incolla i ritagli di giornale a lei dedicati.

Su queste due linee temporali si sviluppa Wonderstruck, il nuovo film di Todd Haynes presentato in concorso al 70° Festival di Cannes. I suoi due protagonisti sono separati temporalmente da 50 anni, ma hanno molto in comune, abitano gli stessi luoghi e percorrono gli stessi spazi, scappano e cercano la propria famiglia e, soprattutto, sono entrambi non udenti.

Haynes sceglie di raccontare le due storie adeguando il proprio linguaggio e facendolo aderire al momento storico narrato, ma è proprio la linea del ’27 la più debole, che vorrebbe essere un tentativo di riproposizione del muto in bianco e nero dell’epoca ma si limita ad essere, in realtà, identico nell’uso delle inquadrature alla linea del ’77, solo privata del colore e del sonoro. Non una ricerca stilistica a cui Todd Haynes ci aveva abituato e che portava All That Heaven Allows di Douglas Sirk in Far From Heaven e Brief Encounter di David Lean in Carol, bensì una furbata mal riuscita.

La linea del ’77 dai colori rétro presenta invece altri difetti, come l’annullamento del sonoro a più riprese che dovrebbe coincidere con la perdita dell’udito del giovane protagonista, salvo poi essere reintrodotto senza che il ragazzo sia guarito, confondendo lo spettatore e cadendo in una mancata concordanza di segno. O ancora l’ascolto del brano Fox On The Run degli Sweet che il protagonista percepisce attraverso le vibrazioni del giradischi e per lo spettatore si riduce invece ad essere un banale ascolto della canzone.

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Se la storia di due non udenti è il pretesto perfetto per far prediligere una narrazione di tipo visivo, fatta di gesti, Haynes ricorre però troppo spesso a soluzioni banali e ridondanti, rinunciando agli intertitoli ma abusando di ritagli di giornale, foglietti scritti e letture del labiale. Un errore che culmina nel finale con la storia scritta su un block notes e letta ad alta voce da sordo a sordo, senza un’apparente giustificazione a cui, come se non bastasse, si aggiunge anche un frettoloso e incoerente ricorso allo stop-motion.

Tratto dall’omonimo romanzo per ragazzi del 2011 scritto e illustrato da Brian Selznick, che sviluppa distintamente le due storie una scritta, l’altra illustrata, salvo poi ricongiungerle e fonderle nel finale, Wonderstruck perde nell’adattamento qull’originalità narrativa che avrebbe potuto avvalersi di qualche soluzione visiva meno ordinaria, anche se percorrere la strada già tracciata da The Artist e Blancanieves sarebbe stato più che sufficiente e azzeccato. Insomma un film che di linguaggio vorrebbe parlare e proprio nella scelta del medesimo pecca.

Enrico Cehovin