Cinema

Cannes 70: tirando le somme, ho avuto di meglio

Anche la settantesima edizione del Festival di Cannes è volta al termine, un’edizione cominciata in sordina e conclusasi ancora più mestamente.

Anche la settantesima edizione del Festival di Cannes è volta al termine, un’edizione cominciata in sordina e conclusasi ancora più mestamente.

Cos’ha evidenziato questa settantesima edizione? Una propensione nel continuare a inserire in concorso autori che probabilmente hanno esaurito quello che avevano da dire ma che ciò che dicono, e soprattutto come lo dicono, è qualcosa di ormai socialmente accettato (“la montagna Haneke ha partorito un topolino” commenta Paolo Mereghetti su Il Corriere della Sera), oppure novità, solo se vendibili e degne del red carpet, come Robert Pattinson per Good Time di Joshua e Ben Safdie.

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Non sarebbe stato più audace puntare sul folgorante esordio del ventiseienne Kantemir Balagov con Tesnota, confinato nella controsezione Un Certain Regard o avere il coraggio di dare qualche stimolo forte alla critica con Jeannette – L’enfance de Joanne d’Arc di Bruno Dumont, “declassato” (se così si può dire) alla Quinzaine Des Realizateurs con questa sua opera radicale e molto meno accondiscendente e digeribile del Ma Loute passato l’anno scorso a Cannes proprio in concorso?

Ma veniamo ai premi. Esclusa a priori ogni possibile inclusione nel palmares per The Meyerowitz Stories  e Okja, viste la dichiarazioni anacronistiche del presidente di giuria Pedro Almodóvar, dedito a una personale crociata contro i prodotti Neflix, la Palma d’Oro è stata assegnata a The Square di Ruben Östlund .

Ora si potrebbe aprire un intero capitolo dedicato ai protégé di Cannes e alla loro gavetta, legata non tanto al valore dell’opera presentata ma a un sorta di avanzamento di carriera all’interno della manifestazione.

Un classismo riassunto perfettamente dalla sigla del festival, appositamente modificata quest’anno per il settantesimo anniversario. La classica scalinata che parte dalle profondità del mare e arriva al cielo fino a raggiungere la tanto venerata Palma questa volta è stata impreziosita dei nomi degli autori che hanno contribuito, nel corso degli anni, a rendere tanto prestigioso “il festival più bello del mondo”. A ogni gradino corrisponde un nome, in una progressione che sottolinea, è il caso di dirlo, chi è un gradino sopra o sotto un altro. Se in cima alle scale nei primi giorni troviamo nomi dei calibro di Orson Welles e Federico Fellini nel corso dei giorni si è sprecato il cattivo gusto nel classificare Quentin Tarantino al secondo posto sotto Jane Campion, Paul Thomas Anderson e Elio Petri non pervenuti, Roberto Benigni (identificato solo come “Begnini”), e, per finire, il trionfo dell’autocompiacimento con re della classifica dell’ultimo giorno il presidente di giuria di quest’anno, Pedro Almodóvar.

The Meyerowitz Stories ainda não estreou nos cinemas

The Meyerowitz Stories ainda não estreou nos cinemas

Prendiamo ad esempio Xavier Dolan, pronto al concorso fin dal suo esordio, passato invece tra Quinzaine Des Realizateurs, Un Certain Regard e concorso veneziano prima di poter approdare in concorso nel 2014 con Mommy, sua opera quinta. Nel discorso rientrano quasi tutti i nomi in gara, Bong Joon-ho, Yorgos Lanthimos e Naomi Kawase giusto per citarne alcuni, o Kornél Mundruczó vincitore di Un Certain Regard nel 2014 e promosso quest’anno in concorso con Jupiter’s Moon, forse il film più pernacchiato dell’intera competizione.

Uno di questi è proprio Ruben Östlund, 5 film all’attivo, a partire dal secondo tutti presentati a Cannes rispettivamente in Un Certain Regard (Involuntary), Quinzaine Des Realizateurs (Play) e nuovamente Un Certain Regard (Force Majeure, vincitore del premio della giuria).

Palma inattesa e imprevista che ha spiazzato un po’ tutti, quando i favoriti alla vittoria finale, 120 Battements Par Minute di Robin Campillo e The Beguiled di Sofia Coppola, si sono aggiudicati rispettivamente i difficilmente contestabili Grand Prix Speciale della giuria e il premio alla miglior regia. Nelyubov di Andrey Zvyagintsev, un altro dei titoli più apprezzati del concorso, insignito invece giustamente del premio della giuria.

A fronte della mancanza di interpretazioni particolarmente iconiche (anche se è doveroso menzionare il memorabile duo Nicole Kidman/Colin Farrel, perfetto già a partire dal casting sia in The Killing Of A Sacred Deer sia in The Beguiled) sono state premiate quelle su cui si poggia l’intero film, ovvero Joaquin Phoenix per You Were Never Really Here e Diane Kruger per Aus dem Nichts. Se Phoenix non sfoggia certo una delle migliori interpretazioni della sua carriera ma se la cava comunque egregiamente, totalmente sbagliato è puntare i riflettori sul film di Fatih Akin, pericolosa e mal articolata apologia del terrorismo.

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Fuori luogo invece i premi alla sceneggiatura assegnati ex-aequo a The Killing Of A Secred Deer e You Were Never Really Here, dove Yorgos Lanthimos punta su un delirio di onnipotenza visiva stretto, nel bene e nel male, tra Stanley Kubrick e Gaspar Noé mentre Lynne Ramsey basa tutto sui silenzi e sulle azioni tanto quanto Nicolas Windings Refn da Valhalla Rising in poi.

Tirando le somme alla domanda “com’è andata a Cannes quest’hanno?” è lecito rispondere come rispondeva Jim Carrey in Bugiardo bugiardo dopo una notte di passioni con la sua superiore: “Ho avuto di meglio.”

Enrico Cehovin