Cinema

Cannes 70: “The Square” di Ruben Östlund

Un film schiacciato sulla meta finale e incapace di dialogare con lo spettatore

“Il Quadrato è un santuario di fiducia e altruismo. Al suo interno tutti condividiamo gli stessi diritti e doveri.”

Così riporta la targhetta che accompagna l’opera d’arte moderna The Square al centro dell’omonimo film di Ruben Östlund. Targhetta che accompagna anche il film stesso, contemporaneamente contenuto e contenitore dell’opera, pertanto suo equivalente.

L’opera-esperimento The Square consiste in un quadrato bianco di 4×4 metri collocato al centro della piazza antistante al museo d’arte contemporanea di Stoccolma, uno spazio in cui chiunque può chiedere aiuto e essere ricambiato o meno, uno spazio che dovrebbe aiutarci a fidarci di più reciprocamente e allo stesso tempo rivelare la nostra vera natura.

Ruben Östlund, per dare vita al suo esperimento sociale, sceglie come protagonista il direttore del museo che mette in opera l’opera, mettendolo alla prova con se stesso all’interno di catene di eventi che procedono in parallelo in un sistema di causa-effetto che porta l’individuo a una progressiva diffidenza nei confronti dell’estraneo.

Un furto subito e un conseguente ricatto, una rovinosa campagna pubblicitaria non seguita adeguatamente e le conseguenti reazioni negative sui social, una giornalista abbordata a una festa e la conseguente nascita di un rapporto a cui non voleva dar origine fin dal principio.

L’inevitabile conseguenza è una regressione allo stato di primate o, per meglio dire, un’esternazione di una condizione da cui non ci siamo mai evoluti. Iconica a riguardo la sequenza dell’uomo che interpreta la scimmia con una mimesi talmente totale da esserne caratterialmente indistinguibile, facendoci perdere traccia della linea di confine tra esperimento e realtà.

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Se però in Force Majeure, il precedente film del regista, un singolo mastodontico evento, ovvero una valanga, dava il via a una serie di dubbi e perplessità che minavano la fiducia alla base della famiglia quasi travolta dalla neve, la progressione per più linee che vanno via via complicandosi e attorcigliandosi l’una con l’altra di The Square dà l’impressione di non essere genuina e stimolante ma costruita a regola d’arte per giungere a una conclusione premeditata che non lascia spazio alle riflessioni dello spettatore ma solo alle conclusioni dell’autore.

Un’insistenza, quella di Östlund, che si ripercuote anche sulla durata spropositata del film che perde l’apertura mentale nell’ostinazione di fare, appunto, quadrare tutto.

Enrico Cehovin