Cinema

Cannes 70: “The Killing of a Sacred Deer” di Yorgos Lanthimos

Grandangolo, zoom e carrello sono i mezzi principali con cui il regista greco scandaglia e distorce gli ambienti creando un clima inospitale per chi li vive e chi li osserva

Un cardiologo. La sua famiglia. La loro casa. The Killing of a Sacred Deer di Yorgos Lanthimos ruota tutto attorno a loro, ai loro rapporti, ai loro equilibri. Un clima familiare dominato dal distacco, dalla freddezza, dall’assenza di sentimenti.

The-Killing-of-a-Sacred-Deer

A destabilizzare la vita meccanica priva di entusiasmi della famiglia Murphy ci pensa Martin, un sinistro sedicenne interessato a diventare medico, che si attacca a Steven sviluppando con lui un rapporto quasi morboso. Anche Steven contraccambia e lo introduce sempre più nel suo nucleo familiare e lavorativo. Martin però è orfano del padre, morto sotto i ferri durante un’operazione al cuore praticata proprio da Steven.

Martin lo colpevolizza e lo induce a uccidere un membro a scelta della sua famiglia per riequilibrare l’ago della bilancia, tenendolo inspiegabilmente in scacco e influendo sulla salute degli altri membri della famiglia: i due figli, come controllati da Martin, cominciano a perdere l’uso delle gambe e l’appetito in un’escalation degenerativa il cui culmine sarà la morte.

Da sempre il cinema di Lanthimos si è focalizzato sulla distopia familiare: la claustrofobia di Dogtooth, la distanza e l’impossibilità di accettare la perdita di un proprio caro di Alps, la necessità di formare o ri-formare una famiglia di The Lobster sono tutti temi che ritornano in The Killing Of A Sacred Deer.

Grandangolo, zoom e carrello sono i mezzi principali con cui il regista greco scandaglia e distorce gli ambienti creando un clima inospitale per chi li vive e chi li osserva.

Paradossalmente l’azione diabolica che mette in moto gli eventi dà il via a una rinascita delle emozioni, a un rifiorire delle ansie e delle paure che sono però anche sinonimo di vitalità. Parallelamente, gli attori abbandonano via via una recitazione rigida lasciando spazio al fluire delle emozioni. Se a inizio film Nicole Kidman si concede come una natura morta al marito (Colin Farrell), mossa dai sentimenti si ritroverà in ginocchio a baciare i piedi di Martin implorandolo di interrompere la piaga; Colin Farrell passerà invece dall’impartire ciecamente ordini e rispettare categoricamente gli orari, al confessare intimi segreti d’infanzia al figlio in corsia ospedaliera, a perdere il controllo e ad affidarsi al caso.

Perché, come ci ricorda Lanthimos dalla prima inquadratura, sotto sotto tutti noi abbiamo un cuore che pulsa.

Enrico Cehovin