Cinema

Cannes 70: “Sicilian Ghost Story” di Grassadonia e Piazza

Un racconto fatto di immagini fiabesche, luoghi trasfigurati nel tentativo di costruire un nuovo genere attraverso un linguaggio filmico granitico, unico in Italia

Luna rincorre Giuseppe nel bosco, nascondendosi tra gli alberi. Lo ama, ma ha il coraggio di ammetterlo solo nel suo diario. Un giorno Giuseppe viene prelevato a casa da un gruppo di uomini presentatisi come agenti della DIA: si fida, convinto di poter raggiungere finalmente il padre, testimone di giustizia, ma quando arriva a destinazione capisce di essere caduto nelle mani dei mafiosi.

Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino Di Matteo, venne ucciso e disciolto nell’acido l’11 gennaio 1996, una settimana prima del suo quindicesimo compleanno. Questa è la cronaca e spesso basta a raccontare opere che hanno l’obiettivo, nobilissimo ma isolato, di (ri)portare alla luce fatti che la memoria flash del presente rischia di perdere per distrazione. In Sicilian Ghost Story, opera seconda di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza dopo Salvo, l’evidenza del reale emerge invece come condizione di catarsi all’interno di un racconto presentato come fantastico.

Un racconto fatto di immagini fiabesche, luoghi trasfigurati nel tentativo di costruire un nuovo genere attraverso un linguaggio filmico granitico, unico in Italia. Se in Salvo il noir stringeva il suo sguardo sui protagonisti fino a diventare cieco, qui è il giallo che viene sezionato, estraendo la componente horror per poi disperderla su paesaggio e interni.

L’occhio è ancora l’organo centrale, presenza eterea, medium di informazioni (Luna comunica con l’amica in codice morse grazie a un faretto) e in fondo tutto il film è un tentativo di fermare l’invisibile prima che si dissipi, di cogliere la fisicità dell’essenziale per chiuderla in un cassetto nella memoria, dove non possa fuggire.

Perché la cronaca arriverà, sul finale, a mettere a segno il colpo decisivo, ma solo dopo aver creato il terreno affinché l’orrore sia davvero rottura di un equilibro, distruzione dell’innocenza, dissoluzione vigliacca nell’acqua che è, per definizione, vita.

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Di queste idee si ciba il cinema che vuol definirsi tale, che non rincorre le tendenze, cedendo al gusto della nostalgia, ma costruisce sequenza dopo sequenza il rapporto con lo spettatore. Che in molti casi è poi cinefilo, non dimentichiamolo, e quindi capisce e apprezza un movimento motivato della macchina da presa, la scelta di un punto di vista espressivo prima ancora che narrativo, il gusto per l’invenzione (il disegno che Luna realizza sulla parete di camera) e il coraggio di andare oltre a un finale che sembrava perfetto – la ripresa subacquea dello scioglimento – per lanciare un messaggio di speranza.

Di questo cinema Grassadonia e Piazza sono fra gli esponenti più ispirati in Italia. Per favore, non facciamoceli scappare.

Michele Galardini