Cinema

Cannes 70: “Okja” di Bong Joon-ho

Terzo passo nella fantascienza per Bong Joon-ho, dopo il monster-movie The Host del 2006 e il distopico Snowpiercer datato 2013

In un presente parallelo al nostro una multinazionale, la Mirando, genera un nuovo mammifero, un incrocio tra maiale, ippopotamo, elefante e rinoceronte chiamato “super maialino” e destinato almeno a sopperire, se non a soddisfare, il crescente fabbisogno alimentare della popolazione mondiale. A fini pubblicitari 26 super maialini vengono dati in allevamento in diverse parti del mondo con lo scopo di sfidarsi dieci anni dopo in un concorso che decreti il super maialino migliore.

Uno di questi esemplari è proprio Okja, la creatura fantascientifica che dà il titolo al nuovo film di Bong Joon-ho. Allevato da Mija, una quattordicenne di Seul con cui ha un bellissimo rapporto d’amicizia, Okja vive libero nella natura fino al giorno in cui la Mirando viene a riscuotere la creatura.

Ha inizio così una guerra tra Mija, la Mirando e la ALF, un movimento anti-OGM e dedito alla liberazione dell’animale.

Terzo passo nella fantascienza per Bong Joon-ho, dopo il monster-movie The Host del 2006 e il distopico Snowpiercer datato 2013 (qui la recensione e l’approfondimento), Okja rappresenta un ulteriore cambio di rotta all’interno dello stesso genere per il regista coreano che mette in scena una sorta di fiaba per ragazzi che, nelle prime battute, ricorda Il libro della giungla e Babe – Maialino coraggioso, virando progressivamente verso toni più seri nell’itinerante avventura che porta Okja e chi lo circonda da Seul a New York.

La bravura di Bong Joon-ho sta nel saper gestire molto bene entrambi i continenti, dalla tranquillità delle vallate della Corea del Sud alla fiera del maiale tipica della periferia americana portata per l’occasione a New York, in un contesto metropolitano che sente gli echi delle distopie di Terry Gilliam.

Nella prima parte di film Bong Joon-ho mantiene l’ambiguità della giustizia tra le fazioni, inanellando una serie di caricature grottesche per entrambi gli schieramenti: da una parte Paul Dano, capo degli attivisti, sensibile a precisi codici morali, che si professa dedito alla non violenza salvo poi farne uso e scusarsene subito dopo; dall’altra Jake Gyllenhaal, allevatore e, per così dire, star di programmi televisivi sugli animali targati USA, naturalista da un lato, ubriacone servo della Mirando dall’altro, e Tilda Swinton, presidentessa della Mirando, che tenta di rinnovare l’immagine negativa della società lasciata dal padre, cercando di essere più amichevole con i compratori ma mantenendo, in fin dei conti, gli stessi fini commerciali. Unico comune denominatore: essere costantemente sopra le righe.

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Gli scopi delle due controparti sono infatti sempre ambigui: se da un lato la Mirando promuove la fiera e il benessere delle creature nei loro allevamenti, dall’altro lo fa per rendere più appetibile il prodotto destinato alla macellazione; se da un lato la ALF vuole liberare Okja, dall’altro vuole servirsene per smascherare le atrocità perpetrate dalla multinazionale.

L’unico rapporto genuino, cardine e spartiacque, è proprio quello tra Mija e Okja. Mija nell’abbattere una vetrata con una singola spallata dimostra tutta la determinazione di una protagonista che da quel momento in poi non potremo più mettere in discussione e seguiremo saldamente tifando per lei fino alla fine dell’avventura.

Peccato che nel secondo tempo queste sottigliezze vadano via via diradandosi e che il regista si schieri troppo apertamente, finendo per percorrere binari del buonismo già tracciati senza riuscire a replicare la forza e l’efficacia che scorrevano nella locomotiva dello Snowpiercer.

Enrico Cehovin