Cinema

Cannes 70: “Happy End” di Michael Haneke

La marcia in più che manca a Happy End è proprio l’assenza di originalità nel raccontare a cui Haneke ci aveva abituato, temi magari già noti ma trattati in maniera inedita ed estrema

Una donna in bagno davanti allo specchio ripresa da uno smartphone: messaggi di testo che ne descrivono o dettano le azioni spuntano in sovraimpressione sullo schermo.

L’enstablishing shot di Happy End lo inscrive già perfettamente nel percorso autoriale di Michael Haneke. Il video è un elemento ricorrente, per non dire costante, nella filmografia del regista austriaco. Lo troviamo nella partita di ping pong di 71 elementi di una cronologia del caso o nella scena in piscina che viene doppiata in Storie, solo per citarne un paio.

Ancora una ripresa da cellulare, questa volta di in criceto in gabbia che viene ucciso da antidepressivi mescolati al cibo. Ancora un elemento che ritorna. Come il maiale che viene soppresso ripreso con la sua videocamera da Benny in Benny’s Video, filmato che Benny riavvolge, riguarda e rallenta, come il canarino de Il nastro bianco.

Una telecamera di sorveglianza di un cantiere che riprende il crollo di un muro di cinta. Un terzo elemento, la telecamera di sorveglianza, come Niente da nascondere.

Poi la storia prende piede, frammentaria, come 71 elementi di una cronologia del caso, come Storie. È la storia di una famiglia altoborghese, dove figli e genitori si mentono l’un l’altro, dove nonni e nipoti non si conoscono e non si riconoscono, dove mariti e mogli hanno molto da nascondere.

Il mondo raccontato da Happy End è un mondo in rovina, dove nella famiglia non c’è più speranza per il futuro, dove non c’è spazio per la sincerità, dove si comunica più attraverso dispositivi elettronici che verbalmente e dove giovani e vecchi non aspettano altro che di poter farla finita.

Happy End rappresenta per Michael Haneke non necessariamente un punto d’arrivo ma sicuramente un punto fine, come un testamento in cui raccogliere tutta la sua filmografia, sia da un punto di vista registico che contenutistico.

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Toby Jones guarda in camera sfondando la quarta parete, come Paul in Funny Games; tante azioni seguite vengono riprese dalla distanza, dal marciapiede opposto, con le macchine che passano davanti alla macchina da presa creando un impedimento sonoro e visivo, come in Il settimo continente. Eve, la bambina, potrebbe essere Benny da Benny’s Video e le sue azioni potrebbero essere giustificate dall’infanzia de Il nastro bianco, per non parlare del fin troppo evidente rifermento al personaggio interpretato da Jean-Louis Trintignant, vedovo in Happy End di un’ideale (o meno) Emmanuelle Riva di Amour.

La marcia in più che manca a Happy End è proprio l’assenza di originalità nel raccontare a cui Haneke ci aveva abituato, temi magari già noti ma trattati in maniera inedita ed estrema. Ed è proprio questo il suo limite: un’autoreferenzialità che, una volta individuata, lascia intuire da subito, già a partire dal titolo, quale sarà l’epilogo senza che quel qualcosa ci venga raccontato in maniera innovativa.

Enrico Cehovin