Cinema

Speciale Cannes: “One week and a day” di Asaph Polonsky

“One week and a day” di Asaph Polonsky è un esordio, una commedia agrodolce presentata alla Semaine de la critique di Cannes 2016.

Lo Shiv’ah è il lutto osservato nella tradizione israeliana: una settimana in cui stare in famiglia e superare il dolore, una sorta di pausa della vita quotidiana per recuperare le forze. Ma se quei sette giorni non fossero abbastanza?

One week and a day (Shavua ve yom nella versione originale) è l’esordio al lungometraggio di Asaph Polonsky, presentato alla Semaine de la critique di Cannes 2016. La commedia agrodolce ruota attorno ai genitori di un giovane morto dopo una lunga malattia. Tutte le dinamiche relazionali si risolvono all’interno di un triangolo improbabile, in cui il vicino di casa (coetaneo del defunto) si aggiunge ai genitori in lutto, come unica valvola di sfogo capace di dare alternative a un dolore incolmabile.

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A dominare la scena sono i due protagonisti maschili, rappresentanti di uno spirito libero che difficilmente si inquadra in rigorose tradizioni. A recitare la parte del padre sull’orlo del delirio e del giovane vicino di casa sono rispettivamente Shai Avivi (anche vincitore della versione vip di Masterchef Israele) e Tomer Kapon. Avivi si mette nei panni di un personaggio quasi monicelliano, che è deciso ad affrontare la realtà ma non sa come fare, esattamente come non sa girare uno spinello. Kapon invece incarna lo spirito di un adulto che non vuole crescere, ma che è comunque cosciente di tutto questo. L’unione tra i due dà inizio a una collaborazione per riuscire a sopportare il dolore in cui vengono utilizzati dubbi metodi ma dal sicuro risultato. Se possono infatti apparire scontati momenti come quello dello spinello o quello dell’air guitar, le interpretazioni molto convincenti degli attoi danno colore e profondità anche alle scene più prevedibili. L’humor su cui sono giocati i vari sketch è molto sottile e procede a ondate, avvalendosi di toni infantili ma freschi e immediati.

Se il fil rouge umoristico fa a tratti perdere le sue tracce, il ritmo narrativo si sfilaccia, distraendo gli spettatori con lungaggini a passo lento e instabile, che poco aggiungono al racconto e, anzi, ripetono aspetti e dialoghi già visti.

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One week and a day può apparire esotico, insolito per la sua poetica mediorientale, ma il messaggio centrale non viene intaccato. Non c’è bisogno di traduzioni per entrare in contatto con il dolore e soprattutto con la necessità di continuare la vita con onestà nei confronti di se stessi, come proposto dalle figure dei genitori in lutto. Ognuno di loro ha reazioni diverse agli stimoli esterni, ma tutte accomunate dal senso di perdita che li assale. L’esordiente Polonsky riesce a cucire un lavoro convincente anche se non impeccabile, non rinunciando a mostrare abilità registiche particolari, con soluzioni di ripresa insolite (durante l’appuntamento dal dentista, per esempio) e un gusto delicato e intelligente per la commedia.

Teresa Nannucci