Cinema

Speciale Cannes: “I, Daniel Blake” di Ken Loach

In concorso a Cannes 2016, “I, Daniel Blake” è l’ennesimo urlo di protesta sociale firmato dal regista inglese Ken Loach

Dopo un attacco cardiaco Daniel Blake, carpentiere in là con gli anni, secondo i medici non può più lavorare, mentre secondo gli asettici questionari burocratici è idoneo all’attività lavorativa. Non potendo contare su nessun sussidio, deve cavarsela con i giorni e i mesi che passano.
Una ragazza madre, sola con due bambini, dopo anni di richieste riceve un appartamento dall’altra parte del paese e, trasferitasi con i figli a Newcastle deve trovare una fonte di sostentamento. I due stringono presto un’amicizia per riuscire a continuare a vivere.

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Ken Loach, il cantore degli ultimi, della gente comune che non arriva a fine mese: queste e tante altre frasi retoriche sono state utilizzate per definire il regista e i suoi film. I, Daniel Blake è l’ultimo di questi e non prende certo le distanze dal tono ammonitorio e supponente che spesso viene recriminato a Loach, ma si rinnova con un’apparente calma narrativa, una distensione del racconto che mette ancora più in risalto le (poche) esplosioni di insofferenza da parte dei protagonisti. La divisione manichea tra buoni e cattivi, ça va sans dire, è immediata: la burocrazia è la moderna e mefitica Mordor, mentre i due protagonisti sono le vittime del sistema. E sul discorso sociale, ingiusto e ambiguo, che domina la società messa in mostra da Loach si possono scrivere molte pagine, continuando ad attingere dalle riflessioni sui film passati del regista.

L’azzeramento della prospettiva morale, però, trova sfogo nel rapporto tra Dan e Katie, che resta difficile da etichettare convenzionalmente: non si tratta di una relazione padre-figlia, né tanto meno amorosa. Si parla piuttosto di un legame di mutuo soccorso, di un’amicizia che non pretende comprensione reciproca, bensì l’accettazione dello stato dei fatti e della natura personale. Entrambi vengono spinti ad azioni dalla dubbia etica, ma dalla certa necessità, ognuno in relazione alla propria situazione (Dan si presta al vandalismo spicciolo, mentre Katie si affida a un bordello per ricominciare), fermo restando l’identità del comune nemico. Il modo contenuto e moderato con cui i due si avvicinano tra loro, in virtù del tatto e della sensibilità necessaria si riflette nella messa in scena, all’apparenza asettica, delle varie vicissitudini. Proprio in contrasto con questa misura calcolata, assumono forza emotiva i momenti di cedimento dei protagonisti: magistrale a tal proposito è l’interpretazione di Hayley Squires, in cui il suo cedimento di fronte alla fame mostra senza filtri la debolezza umana e il bisogno di protezione che abitano la nostra natura. Ma anche le sue necessità in quanto donna (gli assorbenti, introvabili tra le offerte di beneficenza) portano alla luce un’altra più subdola discriminazione che Katie in quanto ragazza, madre, nullatenente deve affrontare.

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Ken Loach tiene molto alla veridicità dei suoi racconti e I, Daniel Blake non lo nega, fin nei minimi dettagli (i personaggi che usano spesso gli stessi vestiti). Il corollario di storie che circondano la vicenda centrale è per la verità molto ristretto e si concentra su altri disagi sociali (la disoccupazione giovanile, l’insoddisfazione personale) che accompagnano senza troppa forza il fulcro centrale. Il titolo indica chiaramente il protagonista, ma forse ancora più di lui, è la sua giovane spalla che lo accompagna ad affermarsi come assoluta icona della struggente battaglia quotidiana per la sopravvivenza, mettendo in luce contemporaneamente il personaggio di Katie e soprattutto la sua interprete.

Teresa Nannucci