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Big Little Lies: cosa nascondono le ricche wasp?

Big Little Lies, la nuova chicca HBO, è una serie giocata attorno al contrasto tra apparenze e verità, tra una superficie perfetta e la ragnatela di incrinature, sottili, quasi invisibili, ma profonde, che si nasconde sotto.

C’è un posto incantevole in California, un luogo magico in cui le imponenti onde dell’oceano si infrangono su alte scogliere erbose; un luogo dove, tra una villa spropositata e l’altra, correre tra dune di sabbia fine e prendere pigramente il caffè seduti sul pittoresco molo; un luogo in cui qualcuno, però, è morto ammazzato.

Big Little Lies, la nuova chicca HBO, è una serie giocata attorno al contrasto tra apparenze e verità, tra una superficie perfetta e la ragnatela di incrinature, sottili, quasi invisibili, ma profonde, che si nasconde sotto.

La vicenda è quella di tre donne: Jane (Shailene Woodley), che si è appena trasferita a Monterey con il figlio Ziggy, Madeline (Reese Whiterspoon) ricca mamma che, nonostante una vita apparentemente perfetta, è incollerita con l’ex-marito e la sua nuova moglie (Zoe Kravitz) e Celeste (Nicole Kidman), ex-avvocato ora casalinga di lusso sposata al possessivo Alexander Skarsgård. Dopo che le tre donne si incontrano il primo giorno di scuola dei figli diventano subito amiche, intrecciando le loro storie con quelle degli altri abitanti di questo idillio suburbano. Sebbene le premesse da dramma casalingo wasp possano scoraggiare, la serie si dimostra da subito degna dell’investimento di tempo ed energie, grazie all’ottimo cast artistico e tecnico e alla qualità dello storytelling. La storia, innanzitutto, si dipana su due archi temporali: quello ante mortem, in cui si raccontano le vicende che hanno portato all’omicidio, e quello post mortem, in cui, attraverso interrogatori di polizia, veniamo a conoscenza di pregiudizi, ipotesi, malanimi e invidie che covavano sotto la placida facciata della comunità unita e privilegiata.

Vi chiederete: chi è morto? Bella domanda in effetti: non si sa. David E.Kelley, basandosi sul libro omonimo di Liane Moriarty, ci porta in un giallo in cui non si sa nemmeno chi sia la vittima, e senza che noi possiamo nemmeno sospettarlo. Infatti, nessun personaggio è scagionabile a priori, il che la dice lunga su come sotto la parvenza di vite felici e spensierate si celino invece traumi, abusi, menzogne e conflitti interiori: Madeline e Renata litigano per una recita e per il potere in seno alla comunità delle mamme, Celeste è inviluppata in un matrimonio violento – di cui non riesce ad ammettere la violenza nemmeno con se stessa – mentre Jane è stata vittima di uno stupro (da cui è nato suo figlio Ziggy) che non riesce a superare.

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Detta così sembra essere una rivisitazione incupita del compianto Desperate Housewives, ma Big Little Lies è una serie che, in soli sette episodi, è infinitamente più complessa, più sottile, più agghiacciante. Il merito è da dividere tra il cast, composto da grandi interpreti, e il regista. Big Little Lies è uno di quei rari esempi di produzione seriale in cui la mano dietro la macchina da presa è molto visibile.
Jean-Marc Vallée porta il principio della dicotomia apparenza/verità anche a livello formale, esplorando questa comunità esteriormente perfetta con una calma e un’indolenza che in realtà nascondono contrasti cromatici, montaggi spezzati, ellissi temporali e perfetta composizione del quadro (tra cui spicca la costruzione dei rapporti spaziali, con queste super ville che sembrano fagocitare i propri abitanti, metafora di come questi siano in realtà schiacciati dalla loro ricerca di perfezione).

La spirale lenta (forse a volte troppo) ma inesorabile tramite cui scendiamo nell’intimità dei personaggi, nelle loro psicosi e ossessioni ci porta, episodio dopo episodio, a conoscere quello che si cela dietro la maschera. A questo punto della serie ancora non sappiamo chi sia la vittima e chi sai il carnefice, ma di una cosa siamo certi: mai e poi mai mettersi contro mamme delle elementari ricche, determinate e nevrotiche.


Sara Casoli