Cinema

Berlinale 67: “The Lost City of Z” di James Gray

È vero, Gray sceglie uno stile ultraclassico, datato, patinato che non approda alla novità, anzi, non tenta nemmeno, rinuncia in partenza. Non vuole essere Herzog, non vuole essere Coppola.

Provate voi a fare un film. Provate voi a trovare i fondi per far partire le riprese. Provate voi a convincere i produttori. Provate voi a fare qualcosa di nuovo quando chi quel settore lo domina e vuole rimanga così com’è. Provate voi a tenere le redini della compagnia. Provate voi a mantenere intatta l’unità. Provate voi a tenere coeso il gruppo. Provate voi, quando le cose si mettono male e le condizioni diventano vessanti, a non perdere la concentrazione, a non perdervi d’animo, a non perdervi i membri dell’equipaggio per strada. Provate voi a farvi finanziare il prossimo progetto se con quello precedente non avete ottenuto nulla di tangibile. Provate voi a perseguire un’idea, una forma difficile da ottenere, a raggiungere un miraggio, una città perduta, come una falena attratta da una luna lontana. Con la vostra passione, la vostra perseveranza, restando costantemente aggrappati a un’idea, a un progetto da realizzare, a un sogno a cui dar vita. Vi trascinerete dietro anche i vostri amici più cari, contagerete con la vostra tenacia e determinazione anche i vostri figli. Provate voi a non diventare matti. Provate voi a non perdervi. Provate voi ad essere un regista.

Il Percy Fawcett (Charlie Hunnam) di James Gray, l’esploratore britannico che nel primo quarto del Novecento si dedicò alla ricerca della città perduta di “Z”, i resti della leggendaria El Dorado, nel cuore dell’Amazonia, è negli intenti, a modo suo, un regista.

Fawcett, dotato di telemetro e macchina fotografica, accompagnato dal suo aiuto (regista) sul campo Henry Costin (Robert Pattinson), è convinto di poter raggiungere Z, meta utima del suo compimento. Un viaggio a più riprese, ora incoraggiato, ora deriso dalla upper class britannica che cerca di inquadrarlo nei suoi interessi, nel suo colonialismo, e che lo porta ad esplorare il Sud America ma anche a combattere la Prima Guerra Mondiale sul fronte europeo. Un viaggio che lo sprona a imparare più lingue, a collaborare con gli indigeni, a lottare per la sopravvivenza tra zattere circondate dai piranha e tribù cannibali.

Provate voi a non perdervi in quella giungla. Provate voi a non impazzire in quel viaggio allucinante.

Del resto è lo stesso James Grey a difinire The Lost City of Z come un “David Lean but with a slightly more hallucinogenic feel, because [the protagonist] went to the jungle and sorta went mad”, come sottolinea la fotografia dorata con una nota di verde acido di Darius Khondji, nuovamente collaboratore di Gray dopo The Immigrant, che ricrea quel senso mistico e onirico che aveva Reflections In A Golden Eye di John Huston nella sua rara copia dorata.

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È vero, Gray sceglie uno stile ultraclassico, datato, patinato che non approda alla novità, anzi, non tenta nemmeno, rinuncia in partenza. Non vuole essere Herzog, non vuole essere Coppola. La sua missione, come quella di Fawcett, non è quella di arrivare alla novità, alla rivoluzione, ma, più semplicemente ritrovare quel cinema perduto che è stato rimaneggiato, evoluto, postmodernizzato ma che, come l’antica città, resta comunque di genesi umana. Gray e Fawcett non sono dei progressisti, non sono degli innovatori; sono degli esploratori accomunati dalla ricerca di un cinema e una città dimenticati ma di cui ancora c’è traccia, dove qualcuno c’è già stato, dove qualcuno ha già abitato.

Il Fawcett di Gray ha la stessa sete di conoscenza del Faust di Sokurov, il che lo porta a scontrarsi, idealmente, con un latifondista (Franco Nero), volutamente simile al Burt Lancaster de Il Gattopardo, che gli ricorda la sua importanza, l’importanza della sua missione fallita in partenza perché “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.”

Ma, alla fin fine, l’unica cosa da fare per sentirsi vivi nella vita è non arrendersi, superare i propri limiti, cercare il proprio posto nel mondo, esplorare l’inesplorato, anche a costo di perdersi e non fare più ritorno, avendo tentato di raggiungere e forse anche raggiunto quell’obiettivo perseguito, avendo alimentato quel motore trainante della vostra esistenza, avendo cercato di soddisfare quell’ambizione e tantato di afferrare quel qualcosa al di là dalla vostra portata.

Enrico Cehovin