Cinema

Berlinale 67: “T2 Trainspotting” di Danny Boyle

Mark, Sick Boy, Spud, Begbie tornano in questa operazione smaccatamente nostalgica di Danny Boyle, che fa sorridere ma non convince fino in fondo.

Una corsa, ma sul tapis roulant, la puntina che scende sul vinile di Lust for Life, ma solo per un attimo, Born Slippy remixata dai Prodigy, il sorriso da scugnizzo di Mark dopo essere stato investito da una macchina, e il suo monologo “choose life” adattato al 2.0. Più che un sequel un déjà vu questo T2 Trainspotting che avrebbe dovuto chiamarsi Porno, per rispetto al padre letterario Irvine Welsh, ma che Danny Boyle sceglie di indirizzare sui binari della nostalgia. Non ci gira nemmeno troppo intorno, anzi, ne fa cifra stilistica da esibire con orgoglio, copiando e incollando sequenze con una grana che sa di Vhs, di low-fi, ma che in alcuni momenti sfiora la performance, la video-arte.

Sono pochi i momenti in cui T2 arriva a toccare le vette di ironia nichilista del primo Trainspotting – uno è il tentato suicidio di Spud, l’altro la meravigliosa canzone anti-cattolica improvvisata da Sick Boy e Mark – tanto che l’opera farebbe pensare più ad un omaggio al gruppo che ad un racconto autosufficiente.  Impossibile far funzionare il tutto senza il passato reale (le immagini del primo film) o quello creato artificialmente (una sorta di prequel che se fosse della Marvel avrebbe come sottotitolo “le origini”), perché la storia, di per sé, si basa interamente sul ritorno in patria scozzese del figliol prodigo Mark, a cui tutti perdonano di essere fuggito col bottino, vent’anni prima, rigettandoli nella stessa merda da dove erano venuti. Tutti tranne Begbie, il villain vendicativo e supereccitato, l’underdog la cui furia è diventata inarrestabile in vent’anni di prigionia.

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In questo lasso temporale Sick Boy, assieme alla giovane Nikki, ha messo su un’agenzia di ricatto che prende per le palle, letteralmente, i ricchi alla ricerca di esperienze nuove – la ragazza non fa sesso, penetra i clienti con uno strap-on di tutto rispetto: entrambi cullano il sogno di aprire una “sauna”, termine tecnico per bordello di alta classe. Mark e Spud si uniscono al progetto, riescono a ottenere un finanziamento di 100.000 sterline paraculando gli investitori (omaggio non dichiarato al romanzo Eureka Street di Robert McLiam Wilson, da leggere) e si buttano a capo chino sulla costruzione del locale.

Non è più il tempo di guardare i treni passare – “trainspotting” vuol dire proprio questo – ma di saltare sopra a uno e vedere dove porta. Come un padre fuggito da casa, Boyle torna all’improvviso e trova i suoi figli cresciuti, invecchiati, sprofondati nei quartieri poveri o nei pub che ormai ospitano solo fantasmi. Decide di prenderseli in spalla e di provare quel salto:  al limite moriranno tutti, e non sarà peggio di vivere in quelle condizioni.

T2 Trainspotting non chiede di essere visto come un episodio 2 ma come l’approdo di un viaggio durato 21 anni dove il film è il viaggio stesso: un meccanismo che, come una vite, sembra avere un suo movimento e invece gira semplicemente su se stesso. Impossibile guardarlo cercando il nuovo, l’elemento che aggiunga qualcosa alla perfezione formale ed etica dell’originale; ci accontentiamo dei momenti di puro godimento cinefilo e di alcuni brillanti dialoghi punk, lasciando che la nostalgia vinca su tutto e condizioni il giudizio finale sull’opera.

Michele Galardini