Cinema

Berlinale 67: “Chiamami col tuo nome” di Luca Guadagnino

Il nuovo film di Luca Guadagnino è un racconto di formazione rigoroso che ricorda la grandezza dei registi italiani degli anni ’60.

Elio è un 17enne di origine ebraica che vive assieme ai genitori “da qualche parte nel Nord Italia”, Oliver uno studente americano di qualche anno più grande, anche lui ebreo, che viene ospitato dal padre per terminare gli studi di dottorato. Nell’estate del 1983, all’alba della maturità fisica del giovane, un desiderio fino a quel momento nascosto esplode, trasformando le vacanze di entrambi nella ricerca di un sentimento nuovo (o nuevo, visto che siamo negli Eighties).

Nell’Italia che (ri)scopre generi e filoni – dall’heist movie di Smetto quando voglio – Masterclass alla commedia classica di Loro Chi? passando per i supereroi di Mainetti e Salvatores – Luca Guadagnino raccoglie il testimone lasciato dai grandi registi degli anni ’60, da Visconti ad Antonioni, raccontando con Chiamami col tuo nome un dramma alto-borghese di formazione. Il suo è uno stile rigoroso, quasi letterario, che soddisfa lo sguardo dello spettatore con una ricchezza di colori e inquadrature pressoché uniche nel panorama italiano (nonostante fin dagli esordi il suo raggio d’azione sia stato almeno europeo). La sua ricerca autoriale ruota quasi esclusivamente attorno ai sentimenti privilegiando soggetti giovani, di cui ama raccontare la formazione sessuale, e ambienti contraddistinti da un’ampia varietà di classi sociali.

Così la storia di Elio e Oliver ricorda la passione che lega il cuoco Antonio e la ricca Emma Recchi in Io sono l’amore e forse ne è la diretta prosecuzione in termini narrativi. D’altronde, considerando A bigger splash come un ponte orgiastico e grottesco che collega due rive dello stesso fiume, con Chiamami col tuo nome Guadagnino dimostra di trovarsi più a suo agio a dirigere e dipingere pochi protagonisti (due è il numero perfetto) ai quali consegna in partenza l’integrità del film, prima di affollarlo di comprimari.

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Una recensione che si rispetti a questo punto dovrebbe parlare della relazione che lega i due giovani amanti in rapporto ad un ambiente in fondo protettivo, socialmente progredito, che non si pone mai domande e accetta la relazione omosessuale per quello che è: amore, empatia, scoperta. Eppure qualcos’altro si ancora alla memoria, ovvero la capacità di Guadagnino di disporre gli oggetti, i personaggi e i loro movimenti all’interno degli ambienti. La cucina, teatro di incontro fra proprietari e domestici/fattori, le robuste porte di legno delle stanze che rifiutano di stare aperte, consapevoli di dover custodire dei segreti, il giardino di campagna, una giungla spontanea ma controllata, il pranzo all’aperto fatto di posate essenziali su tovaglie di cerata, i letti con coperte fresche e schienali ottocenteschi.

Fare cinema è soprattutto questo, nascondere l’artificio e dare l’illusione che ogni cosa inquadrata abbia una storia e che possa parlare quando i protagonisti stanno in silenzio. Chiamami col tuo nome non sarà originale o soddisfacente come racconto ma riempie i sensi, e tanto basta.

Michele Galardini