Cinema

Berlinale 67: “Ana, mon amour” di  Peter Călin Netzer

Nella Romania vista da Netzer non c’è via di fuga dall’immobilismo, perché nella società moralmente corrotta da lui dipinta i figli sono ineluttabilmente destinati a ripetere gli errori dei padri.

Transilvania. Un padre, fisico. Sua figlia studentessa, il giorno prima del primo scritto dell’esame di maturità, viene violentemente aggredita. Romeo suggestiona preside e professori, depista la polizia, raggira e inganna per volgere le carte a proprio favore e garantire il diploma a Eliza.

Romania. Una madre, avvocato. Suo figlio ha investito con la macchina un bambino, uccidendolo. Cornelia mobilita tutte le sue conoscenza, manipola verbali, corrompe testimoni e modifica testimonianze pur di scongiurare la pena a Barbu.

No, non è la trama di Ana, mon amour.

Nonostante sembrino le linee di un film corale destinate ad intrecciarsi, sono due opere distinte di due autori differenti, Un padre, una figlia di Cristian Mungiu il primo, Il Caso Kerenes di Călin Peter Netzer il secondo. Fanno però parte di un unico universo, quello descritto dalla cosiddetta “nuova onda rumena”. Ad accomunare le opere e la Romania odierna in esse contenuta c’è una particolare attenzione alle famiglie, in cui mefistofeliche figure dominanti tirano le redini governando come eminenze grigie, nel proprio piccolo, il Paese. A loro sta a cuore il destino della propria prole, di cui manipolano le azioni come fossero burattini incapaci di sostenersi sulle proprie gambe, a cui insegnano valori, o per meglio dire disvalori, a discapito della nazione del suo futuro.

Forgiano così una generazione di rammolliti che, una volta adulti, non potranno far altro che mettere in pratica a loro volta quei valori assorbiti volontariamente o involontariamente durante la crescita. Romeo e Cornelia personificano perfettamente i genitori di una grande famiglia collettiva, sembrano fatti l’uno per l’altra. Non facciamo fatica a immaginarli seduti nella tavolata di benestanti, amici e parenti, di 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni di Cristian Mungiu, non facciamo fatica a immaginarli abitare l’appartamento del piano di sopra nel condominio di Sieranevada di Cristi Puiu, inserendosi perfettamente nella complessità di quel giudizio universale.

Ana, mon amour, il nuovo film di Calin Peter Netzer presentato in concorso alla 67ª Berlinale, non fa certo eccezione e si inscrive perfettamente in questo contesto.

Ana e Toma sono una giovane coppia, lui di Pitesti, lei di Bitistani, entrambi ostacolati dalle rispettive famiglie per le reciproche origini. Lei cresciuta da un padre che non è il suo, con cui condivide il letto non si sa esattamente in quale misura, lui figlio di medico volgare e prepotente con cui ha un rapporto conflittuale, mentre la madre fatica ad imporsi in un sodalizio coniugale continuato per convenienza e per non compromettere la fase di crescita a Toma. Istruiti, studiosi universitari, Ana e Toma discutono di libertà e Superuomo, si amano e vogliono costruire una vita, una famiglia e un futuro insieme.

Il punto di vista, questa volta, è quello dei figli non più burattini, ma ormai adulti in pieno possesso delle loro facoltà che, consapevoli degli errori dei genitori, si sforzano di non ripeterli, si impegnano per non emularli.

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Netzer impiega più di un’ora a settare l’ambiente, a seminare tutti gli elementi, a raccontare il substrato in cui i due protagonisti crescono prima di lasciarli camminare con le loro gambe, per poi accelerare nel secondo tempo il ritmo della narrazione, avanzando per ellissi, come se avesse fretta di arrivare alla conclusione e di farci trarre le sue conclusioni, come se con le premesse date l’epilogo non possa essere altro che quello, tanto da non dover perdere troppo tempo standone a sondare lo sviluppo.

Ana partorisce, Toma perde il lavoro, il neonato è già un bambino, Ana cambia colore di capelli, Toma non li ha più, il bambino va già a scuola, mentre nella coppia si insinua sempre più il sospetto che entrambi si stiano tradendo vicendevolmente; si spiano, si pedinano, sfociano nella violenza, fino al punto di ipotizzare il divorzio e di conseguenza affidamento e futuro del figlio.

Se la situazione in 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni portava all’aborto, ovvero al rifiuto di continuare a procreare in una società destinata a rimanere uguale a se stessa, Ana, Mon Amour fa un passo avanti ed esamina l’effettivo tentativo di cambiarla quella società, almeno in futuro (poco importa se reale o immaginario), ma, minato dal determinismo ereditario, quel tentativo è destinato a fallire miseramente, a schiantarsi con fragore.

Nella Romania vista da Netzer non c’è via di fuga dall’immobilismo, perché nella società moralmente corrotta da lui dipinta i figli sono ineluttabilmente destinati a ripetere gli errori dei padri, affetti da una tara genetica che affligge e sconfigge anche la più nobile delle intenzioni e il più forte degli animi. O, se vogliamo riassumerla volgarmente attenendoci alle parole del film, come ricorda a Toma il padre: “Sai cos’è successo al figlio che ha voluto scorreggiare più forte del padre? Si è cagato nei pantaloni.”

Enrico Cehovin