musica: recensioni

Benoît Pioulard – Sonnet (Kranky, 2015)

Poesia è questo: fare. Un senso sicuramente più aperto del verbo musicale; ancora più aperto se si prende in considerazione l’allopoiesi (la creazione di un qualcosa che non replica il sistema di creazione stesso, ma che è “altro”), una pratica che, dall’artigianato all’industria, si contraddistingue con il termine “produzione”.

Benoit Pioulard - Carnage NewsBenoît Pioulard, nome d’arte di Thomas Meluch, classe 1984, si fa poeta. Non si fraintenda questo enunciato. Poeta non vuol dire “romantico” (cosa vuol dire romantico, poi? Il romanticismo, un po’ come la Rai, è di tutto e di più), non vuol dire malinconico, non vuol dire nulla di tutto quello che si possa pensare di attribuibile al poeta (un attributo è un surplus rispetto all’essenza). Vuol dire semplicemente che “fa”, una dimensione leggermente diversa da quella del “suonare”. Se il “suonare” difatti rientra in una certa “grammatica”, così non è per il “fare” (termine di cui si è abusato in questi ultimi anni, soprattutto negli slogan politici). Poesia è questo: fare. Un senso sicuramente più aperto del verbo musicale; ancora più aperto se si prende in considerazione l’allopoiesi (la creazione di un qualcosa che non replica il sistema di creazione stesso, ma che è “altro”), una pratica che, dall’artigianato all’industria, si contraddistingue con il termine “produzione”.

Anche qui, siamo lontani dalla “produzione” nel senso specifico del disco, che, voglio ricordare, esce per la canadese Kranky. Per questo motivo, il Nostro non può più essere chiamato cantante, cantautore, ecc. bensì, poeta. Il disco prende il titolo dalla metrica del componimento poetico (non trovate la sua struttura, bensì la sua caratteristica brevità) e le varie tracce sono istantanee che sono brevemente passate in rassegna. Tutto questo emerge dalle parole dell’artista: “una serie di field recording di armonie inintenzionali registrate tra l’estate e l’autunno 2013 (condizionatori fischiettanti, canzoni d’uccelli, droni di locuste,ecc.), interpretate ala chitarra, componendo loop. Molti dei pezzi sono loop di armonia ricreati in una serie di sogni. Mi sono svegliato e li ho registrati. Ho voluto lasciare solo quello che reputavo essenziale.”

Queste dichiarazioni rendono differente questo disco dalle produzioni previe per i motivi sopra elencati (l’intrusione di canto e songwriting sono percepibili esclusivamente nel pezzo a shade of celadon) e per la sua non-struttura che prende da un bacino ambient-noise che spazia (da un passibile WAVVES a un approccio à la Seefeel, risacche di Boards of Canada, affreschi e intelaiature lo-fi, tutto lasciato fermentare, senza aggiunte digitali di post-produzione), si muove e cambia continuamente pelle, oscurandosi come fa il giorno al calar del sole in tutte le sue sfumature.
Mi piacerebbe potervi descrivere i molteplici passaggi del disco (il disco stesso è un passaggio), ma, come fotografie possiamo solo stare ad ammirare quando ne abbiamo occasione. Una breve diapositiva qua sotto, ci permette di ammirare il mosaico in trasparenza. Luce del giorno sfuma nel filtro della notte.

Riccardo Gorone