Editoriali

Dialoghi sull’Uomo 2014: la cultura ed i Beni Comuni

Dialoghi sull’Uomo:la cultura ed i Beni Comuni


Ad una settimana dalla chiusura del Festival antropologico “Dialoghi sull’Uomo”, che ha ormai raggiunto il suo quinto anno di vita, pubblichiamo i video degli interventi del Professor Stefano Rodotà e di Serge Latouche.
Dedicheremo inoltre questo spazio ad una osservazione complessiva a proposito della manifestazione, che si conferma un appuntamento unico nel suo genere, capace di accompagnare il grande pubblico verso una riflessioni profonde ed allo stesso tempo concrete e di pressante attualità. I Dialoghi sull’uomo non sono un elogio all’astrattezza in cui spesso si autoemarginano molte manifestazioni dello stesso tipo, che si trovano ad insistere su categorie che poco hanno a che fare con il mondo contemporaneo. Il festival pistoiese è un evento che si occupa di cultura “viva”, materiale, cultura in costruzione, che spesso sfugge alla nostra attenzione perché fatta di tutto ciò che percepiamo come “normale” e troppo vicino per essere degno di una più approfondita analisi. I Dialoghi sono capaci di rimanere accessibili anche ai “non addetti ai lavori” in quanto hanno come oggetto tutto questo: ciò che fa da sfondo alla nostra quotidianità, ai problemi in cui ci imbattiamo nel nostro percorso, alle nostre speranze per costruire un altro mondo possibile. La grande forza di questa manifestazione sta nel riuscire a fornire un ponte tra tutte le nostre piccole storie e la Storia con la S maiuscola, tra le nostre micro-realtà locali e la società globale, tra ciò che facciamo individualmente e ciò che, tutti insieme, stiamo costruendo. Un ponte che ci permette di osservare attraverso diversi schemi interpretativi le nostre azioni, di fare un breve passo indietro per allargare, seppur di poco, la prospettiva sul presente.

Per questo, il tema dell’edizione di quest’anno è stato forse il migliore nella breve vita della rassega. La discussione ruotava infatti intorno ai “Beni Comuni”, una nozione che ha ultimamente conquistato spazi sempre più ampi, fino a divenire uno dei fuochi principali all’interno del dibattito filosofico, economico e socio-antropologico contemporaneo.
I Beni Comuni non sono una invenzione recente, bensì una realtà che ha sempre fatto parte del nostro mondo (il concetto di “bene comune”, nella filosofia, ha subito una lunga evoluzione: da Aristotele a Tommaso d’Aquino fino agli illuministi, solo recentemente si è però declinato al plurale il termine e si è iniziato a parlare di “beni comuni”, n.d.a.) ma che oggi, soprattutto con la rete ed i problemi causati dalla società globale della crescita, ha raggiunto una dimensione nuova ed incomparabilmente più ampia rispetto al passato. Una realtà che, se da una parte è alimentata dalle spinte di cooperazione comunitaria che spontaneamente provengono dal basso (Es. Gruppi per la difesa dell’ambiente e dei beni comuni, di acquisto solidale, movimento del software libero e movimento dei maker), allo stesso tempo è messa in pericolo da molte spinte e tendenze che dall’alto tentano di imporre il proprio interesse. È per questo che tanti, tra i migliori intellettuali che abbiamo, dedicano da anni il loro lavoro al tentativo di scardinare la dicotomia tra pubblico e privato, di introdurre all’interno del Diritto l’idea rivoluzionaria che esistano delle risorse che non possono che essere gestite direttamente dalle comunità che sono più vicine ad esse, senza più intermediazione di un determinato potere e di determinate decisioni calate dall’alto. Mantenere o riappropriarsi di ricchezze vitali per una comunità, in modo da renderle (o farle tornare) bene comune diventa quindi una questione di importanza cruciale.

L’acqua, così come l’ambiente ed il libero accesso della conoscenza in rete sono questioni che toccano tutti, troppo da vicino, e che non possono che essere gestite cooperativamente. Forse, parlare di scienze umanistiche, in questo modo sembra un po’ meno astratto.