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“Il vagabondo delle stelle”: la vita non è una prigione

Un detenuto attende in prigione la propria impiccagione sotto la brutale punizione della camicia di forza. In un tentativo di alleviare le proprie sofferenze scopre un modo per lasciare il proprio corpo e vivere esistenze alternative, reincarnandosi e riportando ricordi e sensazioni al suo ritorno cosciente. Un libro che insegna che, per quanto stringenti e coercitive possano sembrare le maglie che la nostra vita ci stringe addosso, esiste sempre una via d’uscita che ci arricchisce e differenti esperienze che ci rafforzano, in nome del valore più alto che abbiamo: la libertà.

“Il vagabondo delle stelle” (Jack London, Adelphi, 400 pp, 2005, 13€)

il vagabondo delle stelleQuante volte abbiamo sentito l’impulso di andarcene, cambiare la nostra quotidianità, ribaltare le nostre abitudini e scardinare le nostre certezze? Non è solo un’instabilità adolescenziale, ma un bisogno latente in ciascuno di noi: la libertà. E se lo è per chi, come noi, può vivere eall’aria aperta, interagendo con amici e altre persone, figuriamoci quanto possa esserlo per un detenuto.

Siamo nel 1913 e Darrell Standing è un rispettabile docente universitario di Agronomia alla Facoltà di Agronomia dell’Università della California. Un giorno, colto in flagranza di reato mentre uccide un altro professore, viene immediatamente processato e condannato alla pena capitale per impiccagione e, per il tempo che lo separa da quel momento, recluso nel carcere di San Quentin, California. È un cambiamento radicale, ma Darrell non fa niente per attenuare le proprie colpe e accetta, seppur con riluttanza, il proprio castigo. Non è una ritorsione voluta da Dio per un suo discepolo smarrito, né tanto meno una punizione degli uomini ad un loro pari. Si tratta, semplicemente, dell’applicazione della giusta pena. Nonostante questo viene tradito dai suoi compagni e, accusato di aver nascosto della dinamite all’interno del carcere, viene condannato all’isolamento e alla camicia di forza. Ora, per chi non avesse avuto il piacere di provarla (me compreso) può solo immaginare a quali atroci sofferenze fisiche l’atrofia muscolare derivante dall’immobilismo e la congestione dei muscoli. A voi il compito di fantasticare in merito. Come uscire da quell’incubo? La rassegnazione non è uno dei tratti distintivi di Standing, né come studioso, né come detenuto. Tenendo attiva la propria mente con citazioni e passi di Wordsworth e Coleridge, cerca di farsi forza e comunicare con Jake e Morrell, altri due compagni di sventure, a cui è toccata la sua stessa sorte, e che si trovano in due celle attigue alla sua. Sarà quest’ultimo a svelare il segreto per resistere alla camicia di forza: attraverso la concentrazione si tratta di entrare in uno stato di trance, capace di far perdere il controllo cosciente sui propri arti, deprivandoli razionalmente della sensibilità. In tale modo, chiunque può riuscire a resistere minuti, persino ore. Il rovescio della medaglia, tuttavia, è che se il ritorno allo stato cosciente avviene troppo bruscamente e rapidamente, i dolori per la riacquistata sensibilità saranno terribili e lancinanti. Non avendo niente da perdere, Standings ci prova e, dopo alcuni dolorosi insuccessi, riesce. Questo gli permette di avere attimi di sollievo, in barba al Direttore Atherton, che sembra averlo preso di mira e godere delle sue sofferenze fisiche. In tal modo, la camicia di forza non ha più alcun potere su di lui. Ma una volta, durante una delle sue trances, Standings sperimenta una sensazione strana: si vede abbandonare il proprio corpo, cadere in un buio profondo e risvegliarsi in un’altra epoca e in un luogo lontano. Sogna di carovane e cavalli, di mandrie e di bufali, dell’Ovest sconfinato. È un sogno vivido, talmente realistico da fargli pensare che non sia solo frutto della propria mente e, infatti, quando riacquista coscienza, porta con sé ogni sensazione, suono e ricordo di ciò che ha visto, come se, per un breve lasso di tempo, avesse vissuto un’altra vita. Non sarà l’ultimo dei viaggi di Standings che, progressivamente, si assuefarà ad abbandonare il proprio corpo e provare nuove esistenze. Questo distacco completo ha anche il (non trascurabile) pregio di farlo resistere molto più a lungo con la camicia di forza, addirittura giorni, più di una settimana, in barba ad Atherton che, nel tentativo di farlo soffrire, lo costringe ad indossarne due e persino tre, di camicie di forza. Ma è tutto inutile, Standings, da quel momento, vivrà sempre più separato da se stesso, bramando le sue innumerevoli reincarnazioni.

Romanzo esoterico e filosofico, “Il vagabondo delle stelle “(Jack London, Adelphi, 400 pp, 2005, 13€) è una riflessione sulla nostra esistenza e sulle barriere che la limitano. Non bastano quattro mura per imprigionarci, perché il nostro spirito ha sempre la capacità di fuggire e trovare realizzazioni alternative. Strizzando l’occhio alle filosofie orientali, con il concetto di karma e reincarnazione, London ci dice che nessuna costrizione è mai totalizzante. Largamente autobiografica, la storia è figlia anche degli innumerevoli incarceramenti dello scrittore, che fonde speculazione intellettuale a realismo descrittivo. Con uno stile lucido e dettagliato, si ricostruisce la psicologia di ladri e delinquenti che, nella loro lacuna morale, mantengono pur sempre un’umanità, e i tutori dell’ordine si mostrano per quei sadici aguzzini che il potere crea quando è privo di controllo esterno.

Simone Baldi