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“Svegliamoci pure, ma ad un’ora decente”: la divertenti manie del dentista

Le disavventure di Paul C. O’Rourke, dentista newyorkese, tanto brillante nella propria professione, quanto disastroso nei rapporti umani. Una divertente storia sulle imprevedibili conseguenze della solitudine e su una delle nostre paure inconsce più comuni: il furto della propria identità digitale. Riuscirà l’uomo reale ad avere la meglio su quello virtuale?!

“Svegliamoci pure, ma ad un’ora decente” (Joshua Ferris, Neri Pozza, 367 pp, 2014, 17€)

Svegliamoci pureCome può un dentista, un uomo rispettabile farsi dei nemici? Cioè, ammettiamolo, è più che comprensibile che succeda: a chi, seduto su una di quelle poltrone, col rumore snervante del trapano, quella sensazione di una patata in bocca e il dolore che ti perfora il cervello, sotto quegli occhi asettici nascosti dietro l’anonimato della mascherina, non sono venuti degli istinti omicidi?!

Paul C. O’ Rourke è un brillante dentista newyorkese, con uno piccolo studio a Manhattan da cui però è riuscito a ricavare ben cinque sale, a scapito della sua privacy, ma che gli ha permesso di lavorare costantemente e senza sosta per pagarsi le spese e mantenere un alto tenore di vita. Certo, questa non è l’unica bizzarria della sua vita: Connie, la sua ex di parecchi anni più giovane che lui ha lasciato, continua a lavorare per lui come sua segretaria, Betty Convoy, la sua igienista, è una donna pacata ma con una spiccata tendenza ai sermoni cristianeggianti, e Abby, la sua assistente, non ha il coraggio di rivolgergli parola. Un bel quadretto, non c’è che dire. Ma continuiamo con le abitudini stravaganti: una smisurata passione per i Boston Red Sox, sfortunata e maledetta squadra di baseball, che lo porta a registrare le partite, riguardandole integralmente, saltando però il sesto inning, per poi commentarle su siti per tifosi e appassionati. Al netto di tutto questo, rimane solo un lavoro monotono e solitario, come la sua vita del resto, non essendo lui riuscito ad entrare a far parte di nessuna cerchia familiare delle sue ex fidanzate, cosa che lo avrebbe completato, riempiendogli quel senso di vuoto lasciato dal suicidio del padre. Ma a quanto pare, niente, nonostante tutti i suoi sforzi, dal convertirsi al cattolicesimo radicale dei genitori di una passata ex, fallito miseramente, o i tentativi per farsi accettare dai Plotz, i parenti di Connie, praticanti ebrei, tutto si rivela vano. Va da sé, che non possa sentirsi molto soddisfatto né appagato dei propri risultati personali tanto da dedicarsi ancora di più al lavoro. Eppure, questa routine ormai collaudata e inattaccabile, sta per essere sconvolta da un evento tanto assurdo quanto impensabile. Ad un certo punto Paul scopre che è stato aperto, a suo nome, un sito internet del suo studio, dove vengono pubblicate frasi religiose riconducibili ad una sedicente etnia religiosa chiamata “amaleciti”. Si tratta di una religione al contrario, basata non sull’assunto che Dio esista, ma nemmeno del contrario (poiché anche in quel caso, l’ateismo, si tratterebbe di un atto di fede) ma sulla quotidiana, costante pulsione a dubitare che Dio esista, ovvero, in senso più ampio, a dare per scontato qualcosa di comunemente dato per assodato. Niente di male, se non fosse che spunta anche un profilo Facebook, uno Twitter e un altro sul suo sito sportivo dove lui è già presente come utente, in cui si moltiplicano le frasi pseudo-religiose, inneggianti agli amaleciti come prima etnia perseguitata niente meno che, udite udite, dagli ebrei, primi veri sterminatori della storia. Questa è la goccia che fa traboccare il vaso: un conto è scrivere baggianate a suo nome, un altro offendere e denigrare una religione già storicamente perseguitata, anche se non la propria. Comincia allora la ricerca dell’identità di questo ladro d’identità. Una volta scoperto, riuscirà a chiudere questa brutta parentesi o rischierà, come sempre gli succede, di venire risucchiato in una spirale compulsiva di curiosità, capace di risvegliare in lui la sicurezza del suo (mancato) senso di appartenenza sociale?

“Svegliamoci presto, ma ad un’ora decente” (Joshua Ferris, Neri Pozza, 367 pp, 2014, 17€) è una storia ironica sulla solitudine e sul senso di vuoto che si pensa possa essere riempito solo da qualcosa totalizzante e inglobante, come una famiglia numerosa e affiatata come una tribù, sia essa genetica o sportiva (come i tifosi di squadra di baseball). La diffidenza come un meccanismo di difesa da un’insoddisfazione perenne, conclamata nel tempo e corroborata dai continui fallimenti personali (il suicidio del padre, la fine della relazione con Connie, l’impossibilità di stabilire un rapporto umano con le sue dipendenti), è l’appiglio su cui fa perno la curiosità per l’appartenenza ad un’etnia scomparsa e misteriosa. Le divertenti manie di cui Paul è vittima sono il distorto tentativo di vivere una vita normale, completa. Esilaranti le discussioni con assistenti e pazienti, che smontano l’idea del dentista asettico come il proprio lavoro, restituendo dignità all’uomo, oltre che al professionista.

Simone Baldi