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“Lungo la Via Lattea”: la magia tristallegra dello sguardo balcanico

Sei storie, sei piccole, discrete perle di un mondo andato, lontano dal nostro ritmo frenetico e dal cinismo che ci contraddistingue. Un’istantanea lunga un decennio sugli usi e costumi balcanici e sulla loro ironia dolce amara, sul gusto della vita fatto di bugie e scherzi, sul gusto per la surrealità innalzata ad arte, sulla poeticità di sentimenti senza tempo e universali.

“Lungo la Via Lattea” (Emir Kusturica, Feltrinelli Editore, 202 pp, 2016, 16€)

lungo la via latteaCosì vicino, eppure così lontano. I Balani sono lì, a portata di mano, ad un braccio di mare da noi, una lingua d’acqua che unisce, più che dividere. Eppure, le differenze sembrano essere inversamente proporzionali alla distanza che ci separa. Così, dopo aver percorso quel breve tratto di Adriatico, sembriamo sbarcare in una terra mitica, senza tempo, in cui le credenze antiche si fondono con una modernità che ancora tarda ad arrivare. Una perenne stasi, come se tutto si fosse congelato ai primi anni sessanta, nonostante le storie di cui si parla si svolgano a cavallo degli anni ottanta e novanta.

Non c’è bisogno di sforzarsi troppo per notare una traccia di autobiograficità in quattro dei sei racconti che Kusturica ci regala: si svolgono prevalentemente a Sarajevo, capitale Bosniaca non ancora dilaniata da una guerra fratricida e insensata, o comunque in tutta la Bosnia-Erzegovina. In ambienti familiari in cui il padre è incapace di comunicare i suoi reali sentimenti per la propria prole, come nel racconto “Cento dolori”, in cui Slavo Teofilovic, uomo tutto d’un pezzo (si, ma quale?!) non riesce a dire a Zeko, suo figlio, che gli vuole bene né che crede in lui, tanto da essersi dimenticato per cinque anni il suo regalo di compleanno. Quando poi vuole rimediare, facendoli fare un giro su un carro armato sovietico, il ragazzo non capisce e lo prende solo come il mezzo che lo porterà al suo vero regalo. Inutile aspettarsi riconoscenza. Come contraltare ai dolori del ragazzo, c’è la storia d’amore con Miljiana, tredicenne come lui, che lo guarda in silenzio e cova il proprio sentimento in gran segreto. Altro filone sono le vicende della famiglia Kalem: in “Le cose stanno così” il padre, Braco, mantiene con la moglie il segreto su quanto guadagni col suo lavoro e tratta con sufficienza il figlio, dicendogli che è ancora piccolo. Dopo un ricovero forzato, il ragazzo scoprirà il suo assegno statale che però gli verrà sottratto con l’inganno, ma che riuscirà a recuperare dopo una rocambolesca avventura insieme al cugino Nedo, fiero prototipo dell’ironia surreale balcanica, sempre pronto a sistemare ogni cosa con la sua massima tautologica di saggezza: “Le cose stanno così, e ora vedi tu!”. Altri due racconti sono strettamente collegati “L’ombelico è la porta dell’anima”, sull’iniziazione alla lettura del giovane Kalem che, vincendo le sue reticenze, scopre nei classici che gli regala sua zia un tesoro, e “Straniero nel matrimonio” dove, sempre il giovane Kalem, si finge il cugino di Momo Kapor, uno dei maggiori scrittori bosniaci, per scroccare un viaggio in treno con due suoi amici, riuscendo però a cacciarsi nei guai con la polizia, dopo aver fatto a botte col Nero, temibile e losco figuro di provincia. Come nota di colore, il primo rapporto sessuale del ragazzo, nel bagno di una carrozza del treno, con la bigliettaia che ha scoperto la sua vera identità. L’ultimo racconto “Lungo la via Lattea” è un coacervo delle tematiche care a Kusturica: il viaggio, l’amore, il misticismo, l’ironia e l’incomprensibile, tutte racchiuse nella figura di Kosta, eterno fanciullo che guarda il mondo con sguardo sognante ma disilluso al tempo stesso.

Sei storie, sei piccole, discrete perle di un mondo andato, lontano dal nostro ritmo frenetico e dal cinismo che ci contraddistingue, “Lungo la Via Lattea” (Emir Kusturica, Feltrinelli Editore, 202 pp, 2016, 16€) è un’istantanea lunga un decennio sugli usi e costumi balcanici. Possono sembrare sentimenti banali, adolescenziali, immaturi e anacronistici quelli che Kusturica ci propone ma, a ben guardare, fanno parte del nostro o mine bagaglio di esperienze. Chi, almeno una volta, non ha provato lo struggimento per un’amore desiderato, o si è sentito in imbarazzo di fronte ad una persona più grande di lui, o, ancora, non ha sentito dentro lo strappo di un divario generazionale con i propri genitori? Che le città di cui si parla abbiano nomi difficili (Travnik, Dubrovnik e Mostar) o perfino le persone (Zeko, Miljiana e Mitròvic) non ha importanza, ciò che colpisce (e unisce) è l’intensità e l’universalità dei sentimenti. Il tutto è condito con quel l’ironia balcanica sempre ondeggiante sul labile filo che separa realtà e fantasia, scherzo e serietà, sogno e concretezza. Perché la vita non è mai una serie di compartimenti stagni e anche da uno stato d’animo può nascere, improvvisamente, il suo complementare. Ed è proprio questa improcedibilità la carta vincente dei racconti, ciò che non ti aspetti e che ogni volta ti stupisce, ti diverte e ti fa sognare.

Simone Baldi