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“L’accusata”: l’inesplicabile genesi dell’amore filiale

Una ragazza a processo per l’omicidio della madre. Il suo silenzio come una corazza, non una difesa e nemmeno una giustificazione. Nel suo passato la chiave per capire le ragioni del suo probabile gesto: un’infanzia sotto il segno delle violenze e delle privazioni. Una lenta, sofferta ricostruzione della genesi dei sentimenti e dell’attaccamento filiale.

L’accusata (Slavenka Drakulic, Keller Editore, 2016, 224 pp, 15,50€)

cover-drakulicSiamo in un tribunale qualsiasi in una cittadina qualsiasi, il luogo non è importante, come non è dato sapersi chi giudica. Ciò che conta è chi è giudicato: l’imputata. Si tratta di una giovane donna, poco più che ventenne, a processo per l’omicidio della madre. Ha uno sguardo fermo sul volto, non deciso né combattivo, piuttosto fisso, come se la sua mente fosse altrove, persa in ragionamenti che non riescono ad affiorare, a trovare una via d’espressione. Quando il giudice le rivolge la parola, per chiederle di dichiararsi innocente o colpevole, lei tace. Quando le chiedono di dire parole per discolparsi o accusarsi, lei tace. Quando le chiedono se abbia compiuto quel gesto inumano o meno, lei tace. Quando le chiedono se abbia qualcosa da dire, lei tace. Ma dietro questo muro impenetrabile, qualcosa si muove, i ricordi si ricostruiscono.

La Bambina è piccola, vive con la mamma e i nonni, da quando il papà se n’è andato. Nella casa regna l’ordine e il rigore: non può parlare, muoversi liberamente o giocare. La punizione per le sue trasgressioni: le botte. È un’infanzia monca, tarpata, a cui manca la spensieratezza degli anni più innocenti. La nonna lo impone, prima alla figlia, sua madre, e poi alla nipote. I divieti per la madre della Bambina sono di non vedere più il suo ex marito né di comportarsi in modo disdicevole, perché il paese è piccolo e tutti mormorano. Le apparenze sono importanti. Così, sempre alla ricerca di un particolare ingannevole, la nonna torchia la piccola, estorcendole suo malgrado delle confessioni innocenti, punite con la cinghia o gli schiaffi.

La Bambina non capisce cosa ci sia di male, sono sua mamma e suo papà, si vogliono bene, la mamma è contenta quando lo vede e lei si sente di nuovo parte di una famiglia. Ma è debole e le richieste della nonna raggiungono sempre il loro scopo: scovare la verità e punire sua figlia. Di riflesso, la madre della piccola si rifà su di lei, picchiandola a sua volta, accusandola di averle rovinato prima il fisico con la sua nascita, di averle inflitto la tristezza del suo decadimento fisico e di tradirla con la nonna. Ma la donna sa che la piccola è debole e, per renderla più forte, la abitua: alle sofferenze fisiche, ai ricatti, alle privazioni, a passare in cantina al buio sempre più tempo. Quando la Bambina si ferisce e deve essere portata in ospedale l’importante è mentire, non dire a nessuno come sono andate realmente le cose: bisogna preservare il buon nome della famiglia. Perciò, è sempre lei la causa dei suoi lividi, delle ossa rotte e delle contusioni: è sbadata, glielo dicono sempre i suoi. Mentire è una questione di allenamento, ed è un allenamento disumano, privato dell’amore di filiale che muove le punizioni; è una protezione che è soprattutto una auto-protezione, una corazza che protegga la figlia e, contemporaneamente, la madre. La Bambina cresce in questo clima di anaffettività, attaccandosi ai rari momenti in cui vede la mamma felice e sorridente, anche se sa che il motivo di tale gioia non è lei. Però non importa, ciò che conta è vederla spensierata, allegra, per poter godere, di riflesso, di un attimo di luce in un universo di oscurità. Non si capisce come la piccola non scappi, non si ribelli, non fugga da questo coacervo di frustrazione e dolore, dalle azioni della nonna che si riversano su sua madre e che poi, a cascata, si allungano su di lei.

Perché una luce, inspiegabilmente, riesce a farsi spazio tra le innumerevoli privazioni, come nella poesia di Dylan Thomas “Dove sole non splende, luce penetra”: l’amore. Da dove viene questo amore che la Bambina, una volta cresciuta e diventata donna, sente verso la madre? Come possono convivere in lei l’odio per ciò che quella donna le ha fatto e un sentimento di attaccamento così viscerale?

“L’accusata” (Slavenka Drakulic, Keller Editore, 2016, 224 pp, 15,50€) è un romanzo crudo e toccante, dalla prosa scarna ma potentissima, capace di aprire squarci nella sensibilità comune e di produrre eco incontrollate. Impossibile non immedesimarsi con le sofferenze della Bambina, mostrateci sia con lo sguardo innocente dell’infanzia, sia con la lucidità sofferenze dell’adulta. L’assenza di nomi, sia personali che topografici, aumenta il senso di estraniazione, contribuendo a creare un clima sempre più tensivo. La miseria che la circonda non è tanto fisica, quanto morale e sentimentale: la madre è una distorta matrice affettiva, che usa la violenza come un perverso strumento di comunicazione. Per questo non è importante sapere se la ragazza l’abbia uccisa veramente o meno, ciò che conta è capire perché scelga di non difendersi, rimanendo consapevolmente in silenzio, sigillando le sue comprensibili ragioni nella propria memoria e privando il mondo di una spiegazione: perché non vuole tradire la reputazione di sua madre. L’apparenza, alla fine, è sempre più importante della sostanza e l’amore è un sentimento inspiegabile.

Simone Baldi