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“Il giardino delle mosche”: la perversa segretezza omicida del Mostro di Rostov

Uno sguardo sulla vita di uno dei maggiori e più efferati serial killer dell’Unione Sovietica, Andrej Čikatilo, detto il Mostro di Rostov. Una immersione nei pensieri e nelle disturbanti atmosfere mentali di un uomo qualunque. Una ricerca della morbosa verità alla base di gesti inspiegabili e ingiustificabili. Un’apnea in cui è impossibile distogliere lo sguardo dal male. Un tentativo coraggioso di mostrare, e non di giustificare, quello che succede dietro l’ipocrita velo delle nostre apparenze.

Il giardino delle mosche (Andrea Tarabbia, Ponte Alle Grazie, 2015, 326 pp, 16,80€)

il-giardino-delle-mosche-e1464804026878-302x450Quanto sappiamo degli altri? Quanto pensiamo di poter capire della loro personalità dai loro gesti, dai loro atteggiamenti? È una forma di superbia pensare di desumere i tratti salienti di qualcun altro dalla sua apparenza? A volte, servirebbe prestare maggiore attenzione a ciò che non si vede, a quegli attimi in cui ciascuno nasconde i propri pensieri più segreti e intimi, a loro modo rivelatori.

La vita di Andrej Čikatilo è, all’apparenza, quella del perfetto cittadino russo: gran lavoratore prima come maestro di scuola poi come commesso, dedito alla causa comunista, fervente sostenitore del partito, padre e marito. Dall’esterno la sua esistenza sembra consacrata allo stato, al suo impiego come piccolo ma efficiente tassello nell’ingranaggio sovietico. Nel 1978 si traferisce a Rostov con la famiglia per lavoro. Niente da dire. Quello che non vediamo è l’altra faccia di una oscura medaglia: la sera del 22 dicembre 1978 Andrej porta una bambina di 9 anni in un capanno da lui affittato in segreto, dopo un fallito di stupro, la uccide. Non contento, nell’attimo in cui infligge il colpo mortale, eiacula, legando inconsciamente la violenza col piacere. Cosa lo ha spinto a farlo? Le cause potrebbero essere molte e tutte riconducibili alla sfera familiare: l’assenza del padre, partito in guerra, la fa crescere sotto ad una madre violenta e insensibile, il suo fallimento con le donne e la sua intermittente impotenza, che ha generato in lui dubbi sulla sua paternità. Sembra il gesto isolato di un folle e il fatto che nei successivi de anni non si verifichino altri omicidi sospetti, sembra confermare questa ipotesi. Eppure, a partire dal 1980 e fino al 1990, Andrej compie altri 55 omicidi, sfruttando i suoi spostamenti come commesso. È un serial killer, un maniaco, un asociale spinto dalla sete di vendetta? Come molto comunemente accade, il profilo delle sue vittime sembra avere, inqietantemente, o almeno dargli, inconsciamente, una logicità: sono tutte donne, bambini o uomini che vivono ai margini della società, che non rispecchiano gli ideali comunisti e che simboleggiano il degrado e la depravazione. Di questa sua follia omicida, nessuno sa niente. Si parla di un serial killer imprendibile, delle gesta di un pazzo, ma la pazzia non distorce mai i ragionamenti e la mano di Čikatilo. Come in preda ad una missione divina, lui agisce, sentendosi, ad ogni omicidio in cui la fa franca, invincibile. La polizia lo ferma, convinta che possa essere il loro uomo, ma è costretta a rilasciarlo per un’incredibile coincidenza fortuita: viene arrestato e condannato un altro al suo posto. Nella sua mente è l’inquietante segnale che le sue azioni sono nel giusto, che deve continuare a percorrere quella strada di sangue e morte, obnubilato dal proprio senso di onnipotenza. Nessuno si accorge del suo lato malvagio, oscuro, neppure sua moglie, celato così bene dal suo comportamento da bravo comunista che si attiene ai dettami del partito. Passano gli anni, le morti si susseguono, si accumulano, la risposte mancano e la popolazione vacilla. Il fato sembra essere sempre dalla parte di Čikatilo quando, dopo l’ennesimo omicidio, viene trovato a pochi metri di distanza dal luogo del crimine e portato in centrale per un interrogatorio. Soddisfatto delle proprie azioni e morbosamente convinto della loro correttezza, Andrej confessa tutto alla polizia, certo della loro comprensione. Sarà l’apertura del vaso di Pandora, da cui usciranno molte tra le peggiori atrocità della recente storia russa e che gli varranno l’appellativo di “Mostro di Rostov” e “Macellaio di Rostov”.

Costantemente bilico tra biografia, romanzo e invenzione, “Il giardino delle mosche” (Andrea Tarabbia, Ponte Alle Grazie, 2015, 326 pp, 16,80€), terzo classificato al Premio Campiello 2016, è un tentativo coraggioso e perfettamente riuscito non tanto di raccontare una storia, una vita, quanto di fare breccia nello spazio oscuro dei gesti invisibili che ogni giorno vengono compiuti sotto ai nostri occhi. La ricostruzione del percorso psicologico di Andrej Čikatilo, evidenziando le linee consequenziali tra insuccessi pregressi e violenze future, non è una giustificazione per gesti esecrabili, quanto il porre il nostro sguardo esterno all’interno di un solco distorto e disturbante. Il pathos non è creato dal destino dell’assassino, ma dalla nostra immedesimazione con le sue criticità, espresse attraverso le sue decisioni, i suoi processi mentali e le sue, incomprensibili e ingiustificabili, azioni.

Simone Baldi