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“Crepuscolo”: l’abbacinante emotività della pianura

Capitolo conclusivo della Trilogia della Pianura, in cui si alternato a volti già noti e nuovi personaggi. Su tutto, regna la tranquillità apparente della città di Holt, questa pianura dove niente sembra accadere e, invece, tutto sconvolge le vite di tutti. Il degno, magnifico finale di una storia aperta e di cui si aspettava, con ansia, la conclusione.

Crepuscolo (Kent Haruf, NNEditore, 312 pp, 2016, 18€)

crepuscoloSiamo giunti, infine, alla conclusione della Trilogia della Pianura. Holt è sempre più la vera, autentica protagonista di questa serie. La cittadina del Colorado, dove il tempo sembra essere una categoria impalpabile e inconsistente, tanto da far galleggiare questa provincia in una bolla a sé stante, irrintracciabile nella mappa cronologica del secolo scorso, è un sottofondo silenzioso e immobile alle azioni dei protagonisti. Proprio questo suo distacco silente è la chiave di volta capace di far risaltare lo svolgersi degli eventi, come un lungo e piatto proscenio.

I tempi sono andati avanti, qualcosa è cambiato, eppure tutto sembra essere rimasto come e dove lo avevamo lasciato. Harold e Raymond McPheron, ora che Victoria Roubideaux è partita per andare al college con la piccola Katie, sono tornati ad essere soli, costituendo un nucleo binario di reciproco sostegno. Le giornate sono tornate a farsi più lunghe, dilatandosi fin all’estremo. I momenti in casa hanno riacquistato quella solitudine fatta di sguardi, delle complicità mute del passato che erano state mutate dall’arrivo della ragazza. Eppure, una nostalgia prende i due vecchi mandriani che, nella loro nuova, vecchia routine, sentono la mancanza di quella freschezza giovanile che aveva sconvolto le loro esistenze. Victoria chiama spesso, quasi ogni sera, e torna a trovarli quando può, ma sentono manca sempre qualcosa.

Ma la loro non è l’unica solitudine di coppia della città. A breve distanza, infatti, vive DJ, un ragazzino poco più che undicenne che vive col nonno, Walter Kephart, un pensionato che, nell’unico giorno di riscossione mensile, va a sbronzarsi al bar, portandosi dietro il nipote. Sono poveri, talmente poveri da nasconderlo al mondo intero, simulando una vita normale che di normale non ha quasi niente. Un giorno DJ viene chiamato da Mary Wells per farsi risistemarle il giardino e, durante quel lavoretto, conosce la figlia Dena, sua coetanea. Tra i due bambini è subito amicizia, anche se schermata dalle diffidenze di lui, a cui fa da contraltare l’espansività di lei. Costruiranno un piccolo rifugio, in cui isolarsi dal mondo e dalle brutture che porta con sé, come il divorzio dei genitori di Dena e la povertà di DJ. Tuttavia, se c’è qualcosa che condivide l’ineluttabilità con l’indigenza, è la stupidità. Luther e Betty sono una coppia che vive in una roulotte con i loro figli Richie e Joy Rae. Non si capisce bene se siano ritardati o semplicemente solo tardi, fatto sta che sono seguiti da un’assistente sociale, Rose Tyler, che monitora gli inesistenti progressi della loro economia domestica e il tenore delle loro vite, organizzando e gestendo i buoni che lo stato consegna loro.

Ciascuna di queste tre vite, come ogni elemento distintivo della trilogia, è basata sulle specularità e sulle coincidenze, sebbene apparenti, che portano ciascun asse a gravitare (come eventi o modalità) sugli altri. Ecco dunque tre momenti fodamentali, capaci di sconvolgere le fragili esistenze dei nostri protagonisti: la morte, per colpa di un toro, di Harold, e la convalescenza di Raymond, la partenza di Dena da Holt per seguire la madre in un’altra città, e l’arrivo di Hoyt, zio di Rose, bevitore incallito che picchia e terrorizza i nipoti. Seguiranno altri sviluppi collaterali, come il ricovero di Walter Kephart grazie ad uns segnalazione di DJ, il ritorno di Tom Guthrie e Maggie Jones, che ora stanno insieme, e il ritorno, sebbene temporaneo, di Victoria a casa da Raymond, insieme ad un ragazzo volenteroso e premuroso. Ogni tassello sembra essere predisposto per formare un unico, coeso mosaico.

Rarefatta, impalpabile, tagliente e avvolgente, questa è l’atmosfera che si respira in Crepuscolo (Kent Haruf, NNEditore, 312 pp, 2016, 18€), ultimo pezzo del puzzle che mancava all’appello (sebbene nell’originale si tratti del secondo e non del terzo libro della trilogia). Una scrittura lenta, stratificata, che accumula sentimenti ed emozioni l’una sull’altra in un gioco al rimando capace di risvegliare in noi ricordi ed elementi del nostro passato. Sembra incredibile e a tratti impossibile, ma la capacità di farci immedesimare in una realtà inesistente e con la quale noi non abbiano niente in comune è qualcosa di misterioso e magico allo stesso tempo. Se gli uomini sono gli attori sulla scena, è la sottile trama delle nostre esistenze la vera protagonista, il reticolo segreto delle nostre azioni, tenuto insieme dall’attaccamento per le proprie radici, per la città dove si è nati e da cui, anche volendo scappare, si farà sempre ritorno.

Simone Baldi