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“Canto della pianura”: la sublimazione perfetta della trilogia

Una trilogia di storie che, nell’atmosfera rarefatta del Colorado, si uniscono in un mosaico, in cui i tasselli si alternano per creare un fluire continuo e soffuso di eventi, in cui le singole debolezze possono essere esorcizzate solo con l’aiuto degli altri.

Canto della pianura (Kent Haruf, NNEditore, 301 pp, 2015, 18€)

haruf_canto_webLe trilogie, si sa, sono da sempre una tradizione particolarmente prolifica, sia in letteratura che nel cinema. Inserirsi in tale filone senza banalizzarlo o ripetere pedissequamente le strutture e le caratteristiche di ciò che già si conosce, scadendo così nel più classico del “già visto”, è un compito assai arduo e rischioso. Eppure, in quell’inesauribile processo che è la scrittura, esiste ancora chi prova a scardinare cliches abituali e stereotipi consolidati. È il caso di Kent Haruf che, con la sua Trilogia della pianura, prova a reinterpretare il concetto stesso di trilogia. Dopo Benedizione, ecco dunque Canto della pianura (Kent Haruf, NNEditore, 301 pp, 2015, 18€), secondo capitolo dei tre prodotti dall’autore americano. La prima novità è che questo libro, in linea di produzione, precede il volume uscito l’anno scorso. Non si capisce se tale scelta sia stata una libera interpretazione dell’editore italiano, la NNEditore, visto che l’ordine d’uscita in America è diverso, fatto sta che questa inversione non ha minimamente disturbato le fruizioni di entrambi i libri. La seconda novità, nonché motivo della possibilità di libera pubblicazione (come ordine) dei libri, è la mancanza di consequenzialità temporale tra le tre opere, un po’ per il variare dei personaggi, un po’ per il cambiamento dei temi trattati. Terzo: il tentativo di condensare il concetto stesso di trilogia in un unico libro, facendolo diventare l’emblema e la sublimazione dei rapporti trilaterali. Vediamo perché.

Siamo sempre ad Holt, Colorado. L’estate di Dad Lewis di “Benedizione” ha lasciato il posto (o è stata preceduta da?) l’inverno in cui si muovono tutti i nostri protagonisti. Sono tre le direttrici del romanzo: Tom Guthrie, insegnante di liceo, con i figli preadolescenti Ike e Bobby, Victoria Roubideaux, giovane studentessa sedicenne rimasta anzitempo incinta e i fratelli Raymond e Harold McPheron, taciturni mandriani che vivono isolati nel proprio ranch. Intorno a questi tre assi ruotano anche altre figure: Maggie Jones, collega di Tom, il Preside della scuola dove Tom insegna e Russell Beckman uno studente ribelle e insubordinato. A loro volta, come apparizioni secondarie, ecco spuntare altre tre figure: la moglie di Guthrie, depressa e insoddisfatta, e i genitori di … , stuidi e rissosi bifolchi, sordi a qualsiasi richiamo dell’autorità e della ragione. Tutto si svolge come al rallentatore: le vicende dei singoli sembrano procedere quasi per inerzia, come inevitabili, eppure con una lentezza capace di conferire loro tutto il peso delle conseguenze a cui stanno, più o meno consapevolmente, andando incontro. La particolarità del libro, nonché la sua magnifica caratteristica, è quella di armonizzare lo svolgimento degli eventi come dialogo a tre tra i vari partecipanti sulla scena. Ecco allora Guthrie rapportarsi con i due figli, poi con Maggie Jones (per cui ha un’infatuazione) mentre cerca di salvare il proprio rapporto con la moglie, e infine nell’escalation di insofferenza verso Russell Beckmann prima con il Preside come terzo incomodo e poi con i genitori del ragazzo (a turno). Victoria, incinta e per questo (quasi) in due, prima viene aiutata da Maggie Jones e poi si ritrova a condividere casa con i fratelli McPheron, talmente uguali e simbiotici da sembrare un’unica persona. Ike e Bobby, invece, da bravi fratelli, condividono tutto e crescono insieme, facendo esperienza del mondo e delle proprie sofferenze, prima con la loro madre, assente e infelice, poi con un giovane bullo che vuole far pagare loro l’offesa ricevuta dal loro padre. I fratelli McPheron, infine, prima si servono dell’aiuto di Guthrie con le vacche, poi ricevono le visite di Maggie Jones e infine prendono con loro Victoria. Ciascuno ha il proprio motivo per non stare da solo eppure, in questi terzetti, c’è sempre qualcosa che non viene detto, come un lascito residuale incapace di essere colmato dalle parole o dai gesti.

Siamo in un concetto totalmente nuovo della trilogia: niente accade se non per triangolazione, come se, soltanto attraverso un rapporto tripartito, si potessero sbrogliare gli empasses che la vita ci propone, mettendoci di fronte a scelte e difficoltà risolvibili solo tramite mediazione. In un libro dove ciascuno sente la presenza forte della propria solitudine, un antidoto alla chiusura individualistica è dato proprio dall’ineluttabilità di queste tripartizioni, non come una forzatura ma come sbocco naturale dei bisogni inconfessati. Nell’assenza di discorsi che esplicitino le ferite emotive, saranno le azioni a risuonare nei cuori e nelle menti, più forti di ogni parola.

Simone Baldi