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“America perduta”: in viaggio nel paese della dabbenaggine

Un viaggio negli Stati Uniti centrali e del Sud, alla ricerca e alla scoperta di posti nuovi e di un’umanità diversa. Una carrellata di paesaggi suggestivi e individui folli e divertenti, capaci di dar vita a scenette degne della migliore commedia. Il piacere della scoperta e del girovagare senza mai aver staccato gli occhi dalla pagina.

America perduta (Bill Bryson, Feltrinelli, 302 pp, 2009, 9,50€)

america perdutaIl decalogo del buon viaggiatore, secondo Bill Bryson, recita che non si dovrebbe mangiare in posti che espongono fotografie dei loro piatti, con degli schizzi di sangue sul muro e che abbiano cameriere che pongano più di tre domande o che mettano fretta agli avventori. Beh, con queste premesse, sarà davvero difficile trovare un posto decente dove sentirsi soddisfatti nel viaggio che state per intraprendere….

Bryson, giornalista/scrittore da sempre innamorato del mondo e delle sue varie sfaccettature, sceglie di presentarsi all’universo dei lettori con una storia autobiografica (anche se molti di voi stenteranno a crederci). Originario di Des Moines, Iowa, decide di partire dalla propria città natale per un tour degli stati centrali e del Sud degli Stati uniti per riprendere contatto con le proprie radici. Lo scopo: rivedere i luoghi della sua formazione, le persone che ha conosciuto e abbandonato, dare vita a nuovi incontri e scoprire posto che non ha mai visitato (nonostante la loro vicinanza geografica). Fin qui, niente da dire. Però il dubbio che questo bel racconto sia una finzione (a volte) sorge. Come spiegare altrimenti l’insistenza e la comicità delle cameriere, i cartelli stradali pieni di errori grammaticali, le persone che danno risposte senza senso e pretendono pure di avere ragione? È un’umanità al limite quella che racconta Bryson: operai, professori, senzatetto, avvocati, agricoltori, pellerossa, tutti apparentemente non emarginati, apparentemente integrati nel tessuto della società. Finchè non aprono bocca. Da quel momento, si scatena il delirio. È una parodia del reale, di persone che vorrebbero essere serie ma che, nella loro inconsapevolezza, finiscono per essere la quintessenza della banalità e del ridicolo. La cosa peggiore, semmai fosse possibile, è l’alta opinione che hanno di loro stessi e la sufficienza con cui trattano il prossimo. Tra un caso umano e l’altro, con le cameriere in testa (quando una fa la sa comparsa sulla scena sta sicuramente per succedere qualcosa di esilarante) gli spostamenti di Bryson continuano, attraverso campagne, confini, aree rurali e cittadine. Ad intervallare queste divertenti apparizioni, ci sono gli sguardi sul paesaggio circostante, che cambia da stato a stato, le riflessioni storico-sociali sul cambiamento che le piccole cittadine non hanno avuto, visto che sembrano sempre immobili e cristallizate agli anni ’50, e i pensieri dell’autore, che si sposta con la propria auto. Siamo negli anni ’80 e il progresso tecnologico che accompagna l’aumentato benessere individuale sembra aver girato al largo dalle zone del viaggio dello scrittore: ogni cosa è anacronistica e fuori del tempo. Fa sorridere, ma senza pietismo. È solo buffo. In più, ad amplificare questa sensazione di distonia, ci sono le dimensioni di ogni cosa. In America, si sa, tutto è decisamente più grande e le distanze sono decisamente più amplificate che in Europa e se, per percorrere brevi distanze nei centri abitati o da un quartiere all’altro, ci si può spostare in autobus, la macchina rimane il mezzo preferenziale di locomozione. Ha il vantaggio di diminuire i tempi di spostamento e, al contempo il pregio di mantenere una sospensione temporale, l’unico luogo dove la razionalità regna sovrana e incontrastata; ma non credete, la follia, riuscirà a filtrare pure lì dentro.

“America perduta” (Bill Bryson, Feltrinelli, 302 pp, 2009, 9,50€) è un viaggio tragicomico e surreale attraverso le contraddizioni e le molte anime degli Stati Uniti centrali, fino alle profondità del Sud. Sono tanti gli stereotipi da confutare, i miti da sfatare, i luoghi comuni da annullare, eppure ogni tappa rivela nuovi scenari (non solo paesaggistici) da scoprire e a cui credere. Perché non siamo nel campo della finzione, bensì della cronaca e degli scenari di vita quotidiani, del più classico “american way of life”: lo stile di vita dell’americano medio. Allucinanti e increduli di fronte all’idiozia e alle risposte ottuse e beote che Bryson si sente rivolgere da normali cittadini e uomini/donne di potere (sindaci e amministratori), osserviamo questo paesaggio umano alla ricerca del trucco, dell’inganno e la finzione. Perchè, diciamocelo, nessuno sano di mente potrebbe nemmeno lontanamente pensare che tali persone siano reali, tanto anacronistica appare la loro dabbenaggine. Eppure, signore e signori, è tutto vero.