Cinema

“Bella e perduta”: il cinema impossibile di Pietro Marcello

L’ultimo, affascinante, film di Pietro Marcello, ci racconta di un cinema che pensavamo impossibile e di un luogo dimenticato

Non spetta più agli uomini raccontare la storia ma agli animali, saggi osservatori del tempo che passa trascinando tutto inesorabilmente verso un cambiamento. Nell’Italia dell’abbandono, dove luoghi saturi di racconti e di memorie si trasformano in discariche o in monumenti da indicare da lontano, per paura di venir travolti da una pericolosa ventata di cultura, il bufalo Sarchiapone viene scelto da Pietro Marcello come guida per i nostri occhi.

Attraverso le sue pupille grandangolari veniamo in contatto con mondi al limite fra reale e fantastico che si scontrano e si incrociano fra le mura della Reggia di Carditello, residenza borbonica rimasta vittima dell’incuria e dei tarli di un’epoca sbagliata ma salvata grazie all’intervento di un angelo, Tommaso Cestrone, a cui il film è dedicato.

Impossibile intrappolare Bella e perduta nei canoni, seppur ampi, di un qualsivoglia genere, filone, sottogenere o sottofilone: il film di Marcello corre libero fra gli spasmi dei filmati di repertorio, il realismo magico di Pulcinella e l’ostentazione volutamente eccessiva di uno stile da mockumentary. Eppure (e qui sta la grande arte del regista casertano) nonostante questa scomoda compresenza di mezzi e linguaggi, non c’è disomogeneità nei materiali e nemmeno quello stacco violento, e a volte fastidioso, che anima operazioni volte alla dimostrazione testarda di un assunto.

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Scelta che il regista evita accuratamente fin dai primissimi momenti, introducendo il personaggio di Pulcinella, una maschera inviata da un altro mondo che, al pari delle metafore, espande il nostro pensiero attraverso l’astrazione, donandoci una consapevolezza che non avremmo con i soli strumenti del reale.

Pulcinella e Sarchiapone, come Virgilio e Dante, scendono nella città dolente, attraversano la Terra dei Fuochi, fanno capolino nei luoghi in cui la Camorra che ancora tenta di imporsi, nonostante il suo accertato anacronismo, ricordano gli ultimi giorni di Tommaso Cestrone, l’angelo del Carditello che, prima di spengersi improvvisamente, curò da solo la reggia convincendo l’allora ministro Bray ad accoglierla fra i beni dello Stato e permettendo il rilancio promesso quest’anno dal nuovo ministro Franceschini.

E in questo peregrinare fra paesaggi e colori viscontiani e figure da CinicoTv (il pastore Gesuino), i due attraversano la storia recente del nostro Paese con sguardo malinconico che diventa disincantato al crollo della finzione, con Pulcinella che si toglie la maschera, divenendo incapace di comunicare col bufalo Sarchiapone, chiuso nei suoi pensieri, stretto nella morsa di un mondo che lo vuole macellare.

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Ma per non farci cadere nella nuda realtà, ci aggrappiamo alle immagini di un cinema che pensavamo impossibile, in cui i personaggi si innestano nel paesaggio ma senza mai sovrastarlo, mettendosi al suo servizio, per confondersi e al tempo stesso emergere nelle trame di un quadro che ha i colori di Friedrich e l’anima di Herzog.

Il fascino di Bella e perduta è destinato a venire tramandato di bocca in bocca, partendo dai circoli ristretti dei cinefili che ne aspettavano l’uscita da mesi, dagli appassionati che lo hanno cercato nei festival e nelle poche sale che lo hanno accolto, fino ad arrivare, gradualmente, ad un pubblico sempre più grande, magari partendo dai giovani, ora che si può, ora che sono in grado, ben più dei cinquantenni fedelissimi ai cinepanettoni scorreggioni e dei trentenni che considerano il cinema italiano o uno schifo o un affare per pochi eletti, di innamorarsi di una storia e, attraverso essa, del cinema.

 

Michele Galardini