Teatro

Aspettando Godot @ Teatro della Pergola (6 Maggio, 2017, Firenze)

La vicenda dell’attesa eterna di Vladimiro ed Estragone, inscenata da Beckett nel 1952 ha visto un’infinità di regie, attori, messe in scena, allestimenti, e, sul solco della tradizione, il Teatro della Pergola di Firenze ha saputo far parlare la lingua del teatro beckettiano in maniera viva, senza tentare esperimenti, senza “cercare soluzioni”, mostrando il palco nella… Read more »

Aspettando-Godot_05La vicenda dell’attesa eterna di Vladimiro ed Estragone, inscenata da Beckett nel 1952 ha visto un’infinità di regie, attori, messe in scena, allestimenti, e, sul solco della tradizione, il Teatro della Pergola di Firenze ha saputo far parlare la lingua del teatro beckettiano in maniera viva, senza tentare esperimenti, senza “cercare soluzioni”, mostrando il palco nella sua povertà, gli attori coi loro stracci e i loro dubbi. Una coppia di uomini nella loro perenne solitudine (si chiedono se dividersi, non ricordano da quanto è che stanno insieme – cosa farebbero l’uno senza l’altro? è una domanda retorica anche questa?) che vorrebbero fare qualcosa per far passare il tempo, per ingannarlo, quando è piuttosto quest’ultimo che inganna loro, o, ancora meglio, non fa proprio niente per ingannarli e li tiene comunque soggiogati. Ma cosa possono fare? Andare da qualche parte? Assolutamente no, e perché? “Aspettiamo Godot”, ed Estragone, interpretato da Antonio Salines, eccezionale, se ne dimentica sempre per poi ricordarselo (“ah, già!”). Ma il vuoto, il deserto, in cui si distingue solo l’albero sotto il quale devono aspettare Godot, è sempre presente e non lascia spazio a nient’altro. Nemmeno l’arrivo dell’altra coppia servo/padrone, Lucky e Pozzo, non modifica il loro stato di soggiogamento, di noia, poiché il potere esercitato da uno sull’altro, è solo una distrazione quasi meccanica dello stesso effetto che l’attesa sull’uomo, nella sua tremenda e semplice verità Maurizio Scaparro, regista della rappresentazione, è molto chiaro nel suo intento scenico che “si esprime nella sua semplicità, proprio come lo descrive Beckett” e non usa mezzi termini nel definire Godot come “il Dio”, mentre Pozzo (Edoardo Siravo), sarebbe il corrispettivo malefico che si presenta nel nostro mondo, ma anche Pozzo, che viene canzonato per la sua cecità, come uno sberleffo alla figura di Tiresia, è vittima del suo male, della sua inamovibilità, del ripetere le sue fatiche come Sisifo, giorno dopo giorno.

Aspettando-Godot_04Al di là dell’eterna lotta tra bene e male, che qui può invece trasporsi in lotta tra fede e dubbio, la dimensione della necessità prevale, quella di cui avrebbe parlato Artaud nel suo teatro, della verità a cui è impossibile sottrarsi. Anche quando Lucky (interpretato da Fabrizio Bordignon) viene invitato a pensare, parla a vanvera, non esce dai luoghi comuni, sprofonda nel nonsense, nell’isteria della tigre chiusa in gabbia. Lucky, più che pensare, ha pensieri, poiché i pensieri sono estranei a tutti i personaggi della pièce, fuorché a uno, a Vladimiro (Luciano Virgilio) che come una lama affonda nella cruda inesorabilità dell’esistenza, tra una risata nostalgica e l’altra, tra una convinzione a cui nemmeno crede fino in fondo, e un’ansia primaria che lo trascinano per i vari angoli del palco. Nel silenzio, dopo il vomito di parole e battibecchi insensati, qualche barbaglio di coscienza emerge, al farsi sera, ed in seguito notte.

Aspettando-Godot_02Tutti e due gli atti sono speculari (il sole sorge, il sole tramonta, ed è subito sera: maestria nell’utilizzo della luce che raffinatamente ritraggono i cambi di luce durante il giorno – l’alba, il meriggio, il crepuscolo, la notte) e sotto quella luna, i volti dei due protagonisti si spengono e si dimenticano il motivo per cui ridevano, per cui vivevano, per cui aspettano Godot, che mai potrà passare. La luna, che nella poesia è stata valevole ascoltatrice e consigliera, non ascolta più. Le parole stanno nel deserto e i pensieri si perdono: “L’aria è piena delle nostre grida, ma l’abitudine è una gran sordina”, confessa Vladimiro, quando parla tra sé e sé alla fine dell’opera.

Eccola, la maestria del teatro, nella sua semplicità: fare il vuoto attorno, lasciare l’essenziale per vedere forse anche quell’essenziale svanire e questo vedere (che non è mai un guardare) è l’essenza del vuoto.

Riccardo Gorone