Cinema

Asghar Farhadi ovvero l’antropologo del cinema

Con l’ultimo film, “Il cliente”, Asghar Farhadi dimostra di essere il più grande umanista del cinema iraniano (e non solo) contemporaneo

Meglio un finale amaro che un’amarezza infinita.

Parole di una ragazza, Elly che, prima di scomparire nel nulla, dimostra di voler cambiare vita, lasciarsi alle spalle delusioni e provare ad amare di nuovo. Siamo nel 2009 e Asghar Farhadi dirige il suo film più importante: About Elly.  L’opera che raccoglie tutto quello che era stato il cinema del regista iraniano dalla fine degli anni ’90 – tra cortometraggi, serie tv per la rete nazionale e tre lungometraggi – fino a Fireworks Wednesday (2006) trasformando il tutto nella base empirica ed emotiva del suo nuovo viaggio. Lo sguardo è finalmente libero di scavalcare i confini di Teheran ma è il cuore lo strumento che da qui in poi sarà maggiormente stimolato nell’approccio alla storia. Farhadi sa di essere un buon regista  – non ha il coraggio di dire “grande” per umiltà – ma ha capito che può essere forse più bravo come sceneggiatore. Anzi, come umanista.

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La sua materia di studio preferita è la famiglia, quella che sta per disgregarsi, quella che rischia di non formarsi mai o quella che prova a riunirsi. C’è sempre un processo entropico in atto, per cui niente viene perso ma tutto si trasforma, come nel caso di Il passato – unico film con protagonista una “straniera”, Bérénice Bejo, peraltro bravissima – in cui la visita dell’ex marito Ahmad è capace di riaccendere in Marie e nel suo nuovo compagno Samir sinapsi emotive che portano, gioco forza, a riattivare sentimenti sepolti sotto l’abitudine.

Nell’economia drammatica di Farhadi sono le donne a farsi carico della gravitas mentre l’uomo è spesso violento, ottuso, incapace di comunicare amore o di guardare al futuro. L’unica eccezione, in questo senso, è proprio Ahmad, ma le sue sono acque internazionali in cui chiunque può entrare per nascondersi o sganciare qualche bomba.

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Completamente diverso è infatti il protagonista dell’ultimo film finora diretto: Il cliente. Insegnante e attore di una piccola compagnia semi-amatoriale, di cui fa parte anche la compagna Raana, Emad ogni sera muore in un teatrino improvvisato interpretando Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller. Sono stati obbligati a traslocare a causa di un terremoto che ha reso instabile il palazzo, ma nella nuova casa, in precedenza abitata da una prostituta, devono subito affrontare un misterioso incidente: Raana è vittima di un’aggressione e viene ricoverata in ospedale. Vita e finzione si alternano nella giornata di Emad, ma solo nella prima egli cerca la catarsi, ovvero la verità capace di liberare una rabbia radicata in profondità, mentre il palco diventa quasi un prolungamento della sua investigazione.

La catarsi arriva, sotto forma di violenza fisica e psicologia nei confronti del responsabile, ma è tutt’altro che liberatoria. Ancora una volta sono le donne a dover intervenire per riaffermare un principio di umanità, mentre agli uomini è permesso solo di soffrire e di pagare un prezzo altissimo per le loro azioni, che sia solitudine o, peggio, morte.

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In questo universo drammatico Farhadi lavora maggiormente sui dialoghi, lasciando alla regia spazi di libertà per raccontare l’invisibile (i frame finali di Il passato  e di Una separazione ). Parte da un testo ampio e via via sottrae, brucia strati di frasi fino ad arrivare al senso di ogni parola: è come un Raymond Carver con la macchina da presa in spalla. È totalmente disilluso nei confronti della famiglia e della sua capacità di superare i problemi che i singoli vi portano dentro, ma cerca la vita sotto le macerie, convinto che un umanesimo sia ancora possibile. A patto che ci si arrenda all’idea che ogni legame affettivo è uno accordo/scontro di poteri e non la consacrazione di un’unione.

Nella triade del cinema iraniano contemporaneo se Panahi è il ribelle, lo sperimentatore, Ghobadi la voce degli oppressi, Farhadi è l’antropologo che studia il suo paese ma, ancor di più, gli esseri umani che lo abitano. E in questo è ormai diventato uno dei più grandi al mondo, nonostante non metta (quasi) mai in scena un sorriso, la violenza brutale o il sesso. Vi sembra un finale amaro? Sempre meglio di un’amarezza infinita.

Michele Galardini