Cinema

“Arrival”: il Tempo come gravità

La fantascienza si è sempre nutrita di Tempo, da Wise a Nolan, ma con “Arrival” Denis Villeneuve lo trasforma in gravità.

La fantascienza, nel cinema, è sempre una questione di Tempo. Sia che si tratti di quello con la ‘t’ minuscola, ovvero il tempo necessario a raggiungere una destinazione o che separa i protagonisti da un attacco/invasione/catastrofe/independence day, sia che si parli della quarta dimensione, e quindi il viaggio attraverso essa, è sempre attorno al suo (im)porsi come problema che il cinema di genere ha impostato le sue storie.

Arrival (qui la recensione di Daniele Marseglia da Venezia73) in questo senso è un punto di arrivo, nomen omen, che ha negli eptapodi i discendenti più aggiornati dell’androide Gort che, in Ultimatum alla Terra (Robert Wise, 1951), placa la sua furia omicida solo grazie alla frase “Klaatu, Barada, Nikto!”. In ballo c’era già il linguaggio, l’incomunicabilità e, se volete, la stupidità di una razza primitiva (quella terrestre, naturalmente) che preferisce agire, difendersi, colpire, piuttosto che capire.

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L’incomunicabilità comporta il rifiuto del vero dono che l’alieno Klaatu era venuto a consegnare: il tempo, quello minuscolo. Il tempo di fermare le guerre e convincere la Confederazione Galattica che non esiste alcun pericolo che il conflitto nucleare si possa estendere al di fuori dell’atmosfera. Gli umani, come sempre, scelgono le guerra. Chi di voi non ha pianto sul finale di Armageddon? La perfetta macchina emotiva diretta da Michael Bay, così come altre simili (vedi Deep Impact), ha come ingranaggio centrale il countdown, che separa la Terra dalla distruzione. Siamo pienamente calati nel genere: ancora tempo che scorre e di cui non restano che i secondi.

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Dall’altra parte di questo nastro di Möbius che non ha facce ma solo una superficie, c’è il Tempo maiuscolo, quello su cui intervengono i personaggi. Non è semplice reggere, emotivamente, le sequenze di accelerazione temporale: tornare a bordo della navicella di Interstellar dopo pochi minuti di esplorazione, scoprendosi più vecchi di quarant’anni è l’equivalente cinematografico di  Il nuotatore di John Cheever, altro tuffo al cuore da cui non si riemerge mai. In entrambi i casi i protagonisti vengono sopraffatti da una temporalità inafferrabile e provano sulla loro pelle il terrore della fine, scoprendosi particelle infinitesimali di un universo gigantesco.

Senza tirare in ballo in modo approfondito altre opere affini (Gravity, 2001: Odissea nello spazio, Il pianeta delle scimmie, Moon etc.) per non gravare ulteriormente sulla premessa, comunque necessaria, ci troviamo finalmente di fronte ad una vetrata, dietro cui si muovono figure imponenti, avvolte da una nebbia perenne. Sul piano teorico Arrival è un film sull’incapacità del linguaggio, come Ultimatum alla Terra, ma è il Tempo a tenere ben saldo il timone sull’altro versante, quello emotivo.

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Ed è proprio sulla rappresentazione di questa dimensione invisibile che Denis Villeneuve opera la sua scelta più innovativa: legare, cioè, lo spostamento di prospettiva temporale al ribaltamento della gravità fisica. Nella navicella aliena, dove l’esperta traduttrice Louise Banks (Amy Adams, ingiustamente esclusa dalla corsa agli Oscar) incontra gli eptapodi, l’orizzontalità diventa verticalità. La gravità non si inverte, cambia direzione, così come la linea che collega passato, presente e futuro della protagonista, attraverso l’attivazione delle sinapsi di quel racconto interiore che è il vero nucleo narrativo del film. E così la gravità, oltre a modificare il peso delle persone, altera allo stesso modo il peso degli eventi futuri, come se solo attraverso una prospettiva non orizzontale la Banks fosse in grado di leggere e comprendere le visioni che la perseguitano.

La macchina da presa riprende il passaggio temporale, cerca di dargli forma, diventa espressiva e dimensionale e, a differenza di Kubrick e Nolan, non cerca di figurativizzarlo (vedi le linee al neon del salto nell’iperspazio). Ma la scoperta del Tempo è una maledizione, più che un’epifania; porta in dote il peso che solo la straordinaria forza di una madre può sostenere. Una forza capace di fermare la guerra totale voluta dagli uomini e di accettare quella, personale, che il futuro le ha riservato.

Michele Galardini