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American Crime Story: The People v O.J. Simpson

Si è conclusa in patria il 5 aprile ed è trasmessa in Italia su Fox Crime dal 6 aprile, la prima stagione di American Crime Story, dedicata al caso O.J. Simpson, si aggiunge a quei prodotti mediali che mettono in discussione le certezze americane.

Il 13 giugno 1994 Nicole Brown e Ronald Goldman vengono trovati uccisi a Brentwood, quartiere dell’upper class losangelina. Tutte le prove sembrano puntare contro l’ex marito della donna, O.J. Simpson, ma quanto realmente sia accaduto resta tutt’oggi un mistero. Ufficialmente assolto, a causa dell’incapacità di superare “ogni ragionevole dubbio” da parte dell’accusa, l’ex giocatore di football divenne presto il protagonista di un vero e proprio circo mediatico in cui, insieme a lui, si muovevano personaggi controversi e destinati a entrare nell’immaginario procedurale a stelle e strisce (da Robert Kardashian a Marcia Clark). La prima stagione di American Crime Story porta il sottotitolo The People v O.J. Simpson (la seconda si occuperà dell’uragano Katrina) promettendo di riportare alla ribalta uno dei processi più sentiti dalla popolazione statunitense.

Nata come un progetto parallelo a American Horror Story (non a caso tra i produttori troviamo il benamato Ryan Murphy), la nuova serie di dieci episodi in onda, in Italia, su Fox Crime si aggiunge alla lista dei prodotti mediali destinati a riflettere sulla storia americana attraverso i più celebri misfatti. Dal caso Avery in Making a Murderer all’omicidio di JFK di 11.22.63, è evidente quanto sia pressante la necessità (o più semplicemente la curiosità) di tornare a ficcanasare e indagare sui lati più oscuri e controversi della legalità Usa.

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American Crime Story coglie l’occasione per tracciare le vicende storiche con un occhio particolare al genere, non solo della serie stessa, ma anche del processo inquadrato: sono infatti evidenti le strutture mediatiche e l’architettura che hanno deciso l’andamento del processo Simpson, spostandolo fin dall’inizio dai binari dell’omicidio violento e passionale a quelli del raggiro razziale e istituzionale. L’unica sicurezza che in fondo emerge è quella di un’immensa narrativa legata al crimine, una bolla mediatica dalla difficile gestione, un caso di omicidio discusso molto più dal pubblico fuori dal tribunale che dalla giuria in aula. I riscontri a livello mediatico si moltiplicano nel corso dei dieci episodi della serie, riflettendo sulla costruzione di un’epica civica che prescinde i presupposti tangibili (la natura umana di Simpson, i suoi precedenti, le sue condanne successive), coadiuvando una retorica fatta puramente a livello locale ma dai rimandi globali: i dati etnici giocano un ruolo fondamentale nella conduzione del processo, ma tutti gli Usa si riconoscono nella giovane Oprah Winfrey che attende il verdetto come chiunque altro.

Costruire quotidianamente una mitologia a partire da celebrità e da volti familiari resta una capacità ammirabile, che in terra italica si traduce quasi sempre in sciacallaggio e gossip e poco più, mentre, è il caso di dirlo, oltreoceano sa nutrirsi di se stessa e all’apparenza, suo malgrado, componendo un parterre di vite vissute interamente sotto i riflettori eppure per molti aspetti ancora sconosciute.

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Il circo ideato, tra gli altri, da Murphy, non manca di rappresentare un fitto intreccio tra realtà e finzione che si svolge a più livelli, popolato da personaggi sempre riusciti nella descrizione delle loro penombre, anche se non sempre interpretati in maniera impeccabile: spiccano le performance di Cuba Gooding Jr. (Simpson), Sarah Paulson (Clark) e David Schwimmer (Kardashian), mentre fa alzare più di un sopracciglio quella di John Travolta (Shapiro). Complice un “trucco&parrucco” spesso sopra le righe ben oltre la richiesta storiografica, il senso teatrale della messa in scena (a tutti i livelli individuabili) risulta spesso plateale, rallentando a tratti il ritmo incalzante della rincorsa pubblica alla verità che si svolge fuori dalle mura dell’aula di tribunale.

Alternando episodi corali ad altri più smaccatamente incentrati su un personaggio solista, The People v O.J. Simpson riporta l’attenzione su un fatto di cronaca in cui effettivamente il confine tra il bene e il male si confonde nei meandri della natura umana. E questo bisogno, quasi viscerale, di rimestare nel torbido della propria storia che attanaglia la cultura popolare statunitense pare non trovare mai soddisfazione, facendo presagire un futuro ancora florido di ritrattazioni, controversie, riletture e trasposizioni.

Piccole curiosità. Sì, A.C. è interpretato da Theo de I Robinson, al secolo Malcolm-Jamal Warner. Dopo essere stato assolto, O.J. Simpson è stato riconosciuto “responsabile” del duplice omicidio e condannato a un risarcimento finanziario mai saldato. Forse anche perché, dal 2008, sta scontando 33 anni di carcere per rapina a mano armata e sequestro di persona.

Teresa Nannucci