Cinema

“Allied”: i fantasmi dell’artigiano Zemeckis

Una Seconda guerra mondiale piena di fantasmi nell’ultimo film di Robert Zemeckis

Robert Zemeckis torna con Allied – Un’ombra nascosta, un film definito dallo stesso regista come un “thriller sentimentale”, più torbido che romantico e ambientato ai tempi della Seconda guerra mondiale e, significativamente, in alcuni luoghi topici con cui il cinema americano classico ha raccontato quel periodo, a partire da Casablanca, dove si svolge l’intera prima parte. Due spie, interpretate da Brad Pitt e Marillon Cotillard, si incontrano nella città marocchina dove, fingendo di essere marito e moglie, devono portare a termine una delicata missione. Inevitabilmente si innamorano e si sposano, trasferendosi a Londra. Il ménage coniugale scorre, nonostante i bombardamenti, nel migliore dei modi fino a quando non sorge il sospetto che lei in realtà sia una spia tedesca.

Zemeckis realizza un film di fantasmi; c’è innanzitutto il fantasma del cinema che fu, di un certo tipo di cinema classico che si affidava alla mitopoiesi, all’accumulo – per dirla con Eco – di stereotipi e alla centralità data alle emozioni più immediate. Questo riecheggia continuamente sia nella fiducia data alla sospensione dell’incredulità e all’autosufficienza di una storia non necessariamente plausibile, sia nella dichiarata “fintezza” da modernariato delle atmosfere e delle luci, esaltate da un ottimo utilizzo del digitale.

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Ci sono poi i fantasmi, senza spoilerare, “diegetici”; tutta la seconda parte è infatti giocata sullo sconvolgimento delle consapevolezze, sul dubbio e sull’inquietudine di trovarsi di fronte ad una persona che non è più la stessa di prima e che, in fin dei conti, non esiste e non è mai esistita. Un fantasma, appunto, come l’ultimissima sequenza rende quasi esplicito. Zemeckis, ancora ripercorrendo le strade tracciate da Hitchcock (Notorius – L’amante perduta su tutti, ma anche Rebecca, la prima moglie e un pizzico di Vertigo) come nel gradevole, ma meno riuscito, Le verità nascoste, gioca quindi ancora una volta sull’apparenza e sull’incapacità di definire con certezza la realtà, in particolare quella della persona a noi più vicina.

Lo fa realizzando un film che conferma la forte caratura umanista del suo cinema, ancor più evidente per contrasto in un’opera come questa, capace di emozionare e d’inquietare, anche grazie alle numerose dimostrazioni di grande regia (Allied deve un buon 80% della sua riuscita alla bravura del suo autore; è infatti un film quasi totalmente “di regia”). È anche la conferma del fatto che Zemeckis non è un autore nel senso letterale del termine, ma rimane un grandissimo regista; nel suo cinema non è infatti così ovvio trovare costanti tematiche o stilistiche, ma è innegabile la sua capacità di adattarsi a generi e tipologie differenti realizzando spesso grandi film.

L’unica vera nota dolente di Allied e l’unico elemento che rischia di mettere in crisi il lavoro sulla sospensione d’incredulità è il suo protagonista; un Brad Pitt raramente così imbambolato e inespressivo, che più che Humphrey Bogart ricorda Stanis di Boris. La Cotillard invece trasmette fascino e carisma, ma, almeno per chi scrive, è ancora da dimostrare se questo fascino è connaturato in lei o se è dovuto anche al fatto che sappia recitare.

Edoardo Peretti