musica: recensioni

Actress – AZD (Ninja Tune, 2017)

C’è qualcosa che non torna quando un artista declama il suo ritiro e dalla scena e dopo due anni se ne ritorna con un disco curato fin subito dalla sua copertina?

Actress - Carnage NewsC’è qualcosa che non torna quando un artista declama il suo ritiro e dalla scena e dopo due anni se ne ritorna con un disco curato fin subito dalla sua copertina? In questo caso sarebbe opportuno considerare l’incoerenza come una pecca o come una virtù? Si può dire che l’artista abbia barato? E vabbè, ma ha vinto comunque, giusto? Chi bara bene, vince senza esser visto barare per definizione.
Voglio dire, Darren Cunningham, in arte conosciuto con lo pseudonimo di Actress, ha barato su tutti i fronti: partendo dalla dichiarazione sull’artista e toccando il suo stile musicale rivisitato, nel senso vero del termine, “lo visita di nuovo”, ancora, eppure, barando, ha vinto. Il suo disco non è nuovo, non c’è nessuno stravolgimento, eppure è un Actress apparentemente più consapevole di quello di RIP, anche se magari ha bluffato visto che con questo ultimo AZD si torna davvero ai primordi, alle sporcizie di Hazyville: difatti questo disco, checché se ne dica, accorpa l’etereo trance (mi riferisco al genere musicale, anche se la traccia Green Gal porta ad un alto stato di trance o, per meglio dire, di ipnosi) di RIP, e i sedimenti di polvere con scariche elettriche di Hazyville. Come non fa a venire in mente RIP con il motivetto di FANTHASYNTH, nelle sue batterie lontane, lorde di vecchiume lo fi, che scalciano come puledri, nella brevissima NIMBUS iniziale, o come non si può non pensare ad Hazyville con tracce tipo come blue window in cui i bassi tronfi, sbuffi continui e flauti digitali che che cinguettano sempre motivi naif piuttosto irresistibili.

Ma, come ripeto, siccome bara, ci spara anche elementi che più lo hanno contraddistinto: samples di rapper rimasticati, che questa volta vedono protagonista Rammellzee, ora si trovano accostati ad un lounge space/ambient di cristalli (sempre per il solito motivo: perché bara).C’è chi parla di afrofuturismo, e annuso piuttosto il motivo di questa definizione nel fatto che il Nostro sia di colore, perché, per quello che intendo io, afrofuturismo è quello che faceva Sun Ra, quello che fa Ras G, quello che fa Flying Lotus, ma qui è diverso. Non credi basti aggiungere due rapper qua e là per poter essere definito per forza afro o per forza futurismo. Ci sono rimembranze bianche, eccome, come la bianchissima RUNNER, una resurrezione sbilenca del ventennio che vede protagonisti gli anni ’80/’90.

E poi si ritorna agli sfarzi degli intrecci dei BPM di Hazyville con X22RME.  Vorrei difatti venisse ricordata l’altra “dichiarazione shock” di Ghettoville, in cui si parlava di sgretolamento del linguaggio stesso, pallidi frammenti, scorie, definivano la sua svolta linguistica (ossia il termine, il cul de sac), a detta dell’artista, chiaramente. E qui, visto che si continua a barare, dalle ceneri di un linguaggio ne spunta fuori un altro come un’araba fenice. Qui non ci sono scopi, non ci sono ideali, battaglie per cui immolarsi, è Actress stesso a smentirsi, confermarsi e nuovamente smentirsi (come quelli che considerano il brano Visa come un “mero esercizio non riuscito”: e cosa vi aspettavate? cosa credevate che ogni esercizio di actress fosse riuscito? Ma non vi eravate resi conto che tutto il mondo di Actress aveva la bellezza in ciò che probabilmente è stato? In ciò che ha macerato lentamente nei bassifondi delle sue sessioni di registrazione? E comunque, siccome bara, Visa ha il piglio della hit), poiché la sua figura mutevole trova la bellezza in ciò che è perituro, che passa, di cui ci si dimentica, per poi forse ricordarsene.

Riccardo Gorone