Cinema

Aaron Sorkin: il ‘dietro le quinte’ alla ribalta

Da Broadway al grande schermo fino al set di “Steve Jobs”: storia di uno dei migliori sceneggiatori hollywoodiani, Aaron Sorkin

Federico Fellini, in un’intervista, sottolineò come la buona riuscita di un film dipendesse da tre cose: la sceneggiatura, la sceneggiatura e la sceneggiatura. Ne sa qualcosa Mr. Aaron Sorkin che allo stato attuale delle cose può vantarsi di essere lo sceneggiatore che tutti i produttori di Hollywood vorrebbero alla loro corte. Non solo. Le pellicole scritte da Sorkin non sono quasi più citate come “un film con..” o “un film di…” ma bensì come “un film scritto da Aaron Sorkin”. Situazione più unica che rara nella campagna promozionale di un lungometraggio.

Ne è un esempio Steve Jobs, l’ultimo lavoro per il quale Sorkin ha scritto la sceneggiatura. La locandina parla chiaro: il nome di Sorkin è lì accanto a quello del regista, Danny Boyle, segno dell’importanza che in questi anni Sorkin ha assunto nel panorama cinematografico internazionale.

La passione di Sorkin per la scrittura inizia come un hobby qualsiasi durante gli studi universitari e si trasforma ben presto in un lavoro quando alcuni suoi scritti vengono notati da dei produttori di Broadway che lo coinvolgono nella stesura di sceneggiature di diverse commedie brillanti.

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Aaron Sorkin (a destra) sul set con Danny Boyle

Il salto dai palcoscenici di Broadway al grande schermo avviene nel 1992 quando adatta la sua opera teatrale A Few Good Man (in Italia Codice d’Onore) diretto da Rob Reiner e con un cast di prim’ordine che comprende Tom Cruise, Jack Nicholson e Demi Moore.

Seguono pellicole come Malice – Il Sospetto e Il Presidente – Una Storia d’Amore e collabora alla scrittura di alcuni dialoghi per film come Schindler’s List (dove il suo nome non viene neanche inserito nei titoli di coda), Nemico Pubblico (quello di Tony Scott) e The Rock.

Ma la consacrazione vera e propria arriva sul finire degli anni ’90 quando Sorkin comincia a scrivere anche per il piccolo schermo. Dopo due stagioni di Sports Night, ambientata dietro le quinte di un notiziario sportivo, la serie che lo porta alla ribalta di pubblico e critica (con tanto di pioggia di premi) è West Wing – Tutti gli uomini del Presidente. Nato da alcune parti di sceneggiatura scartate del film Il Presidente – Una Storia d’Amore, con West Wing Sorkin ci porta nell’Ala Ovest della Casa Bianca dove lavora il Presidente degli Stati Uniti d’America con il suo staff.

Jed Bartlet, il Presidente immaginato da Sorkin e interpretato da uno straordinario Martin Sheen, è democratico, cattolico devoto, rispettoso dei valori che hanno fondato un popolo e una Nazione come gli Stati Uniti d’America. Ma al tempo stesso è un uomo autoritario, deciso e, quando necessario, pronto a sferrare il pugno duro. Un po’ come i personaggi che Sorkin ha cercato di rappresentare nelle ultime opere e che è diventato un minimo comun denominatore nella sua ricerca narrativa.

Sorkin capisce che la televisione è un territorio dove si sente particolarmente a suo agio e dove può concentrarsi a scrivere storie che riguardano una pluralità di persone piuttosto che un singolo. È così che dopo le due serie sopracitate nascono anche Studio 60 on the Sunset Strip, ambientata nel dietro le quinte di un programma notturno, e The Newsroom trasmessa dalla rete via cavo HBO che sempre di più, negli ultimi anni, ha corteggiato penne, registi e attori di un certo livello artistico.

Nel corso delle tre stagioni di The Newsroom viene raccontata la frenetica vita dei giornalisti che compongono la redazione di News Night, il tg della sera dell’immaginario canale americano ACN. Il concitato, lungo, e avvincente monologo del giornalista Will McAvoy (interpretato da un magnifico Jeff Daniels) in apertura del primo episodio della serie entra di diritto nei manuali di sceneggiatura per come Sorkin sia riuscito a concentrare, in una scarica di parole senza sosta, quello che la serie, tra alti e bassi, ha voluto raccontare nell’arco di tre anni, ovvero come il giornalismo (in particolare quello televisivo) viene usato come metafora della politica e della società a stelle e strisce. Lo scopo di Will McAvoy e di tutta la redazione del telegiornale è quello di rimettere al centro la Notizia dando a chi guarda una valida opinione, un argomento su cui dibattere e un orientamento sulle decisioni di voto.

Sorkin sul set di "The newsroom"

Sorkin sul set di “The newsroom”

Dopo l’ottimo lavoro fatto con il film Moneyball – L’arte di vincere, il fiore all’occhiello di Aaron Sorkin è la sceneggiatura del capolavoro di David Fincher The Social Network, la storia della nascita di Facebook, che gli è valsa il primo Oscar della carriera. Questo e il suo ultimo lavoro Steve Jobs mettono al centro l’ossessione dell’essere umano nei confronti della tecnologia. Proprio lui che abolirebbe quanto prima social network, smartphone e quant’altro di tecnologico esiste oggi nel mondo!

A pensarci bene c’è una cosa che accomuna Sorkin a personaggi come Mark Zuckerberg e Steve Jobs: quel mix di arroganza, ambizione, talento e megalomania. Tutti e tre sanno di essere bravi e non fanno niente per nasconderlo. Non è difficile capire il motivo per il quale Sorkin abbia voluto scrivere di questi due miti del nostro tempo. Si rivede in loro, soprattutto nella parte privata della vita di Steve Jobs, e si riconosce nel puntare alla perfezione assoluta e nell’avere l’ultima parola riguardo alle loro creazioni.

Ci sono delle caratteristiche e dei momenti che ricorrono puntualmente nelle sceneggiature di Sorkin. Una è il walk-and-talk, ovvero le conversazioni tra due personaggi che avvengono mentre questi camminano, che sia per i corridoi della Casa Bianca o nella redazione giornalistica di News Night; i dialoghi serrati, concitati, colmi di parole, concetti e metafore (che molti detrattori dello sceneggiatore accusano di non corrispondere alla realtà); e, la più evidente di tutte, il volersi continuamente occupare di quello che accade nel dietro le quinte di programmi televisivi (The Newsroom, Sports Night, Studio 60) o nel dietro le quinte di un teatro (Steve Jobs) dove, in attesa di lanciare un nuovo prodotto sul mercato, il fondatore della Apple (marchio lasciato sullo sfondo, come accade anche con il logo di Facebook in The Social Network) si ritrova a fare i conti con un coacervo di persone appartenenti alla sfera privata e lavorativa, quasi come se fossero dei fantasmi, in carne ed ossa, usciti dal Canto di Natale di Dickens arrivati a rompere gli equilibri interni di Jobs.

Sorkin, dopo tanto scrivere, è atteso ad un’altra prova: quella con la direzione di un film. Sarà infatti il regista dell’autobiografia trasposta in immagini di Molly Bloom, ex sciatrice professionista diventata una delle principali organizzatrici di tornei di poker a Hollywood fino al giorno del suo arresto.

 

Daniele Marseglia